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02.12.2017

Foresto tra foresti Aulo l’istriano racconta i Cimbri

Aulo Crisma con una classe della scuola di Giazza
Aulo Crisma con una classe della scuola di Giazza

Vittorio Zambaldo Si può arrivare da profugo in un paese straniero e viverci a lungo conservando nel cuore una nostalgia antica e un ricordo vivissimo, tanto da poterne raccontare in un libricino di cento pagine immagini, situazioni, persone, aneddoti e storie vere. Lo ha fatto Aulo Crisma, profugo istriano, giunto ventenne nel 1947 a Giazza con l’incarico di maestro. Quando arrivò da Trieste e salì sul tram a porta Vescovo che lo avrebbe portato fino a Tregnago, il manovratore gli chiese dove andasse: «A Giazza», rispose. «Ah poareto!», fu l’esclamazione dell’uomo, «ma più che spaventarmi mi incuriosì», scrive Crisma. E curioso diventa anche il lettore che viene condotto per mano in un racconto appassionante come un romanzo attraverso le pagine di Dieci anni con i Cimbri, (Gianni Bussinelli Editore) dove sono raccolte le puntate uscite sulla rivista del Curatorium Cimbri/Tzimbar. Il volume sarà presentato oggi alle 20.30 nel centro ambientale di Selva di Progno, accanto al municipio, con la presenza di Aldo Ridolfi, Antonia Stringher e Vito Massalongo. Sono i dieci anni che Crisma passa nella piccola frazione di Selva di Progno, dove conosce la maestrina, la «graziosa ragazza», che diventerà sua moglie. È il seguito naturale di Parenzo. Gente, luoghi e memoria, dove l’autore raccontò l’infanzia e la giovanezza e le traversie della sua famiglia cacciata dall’Istria perduta con la l’ultima guerra mondiale. Giazza è il luogo della ricostruzione e della trasformazione: Crisma ci arriva nel momento di povertà maggiore, a guerra finita da poco, quando resistono i vecchi ma i giovani guardano già oltre i confini di quei monti. I suoi ritratti sono preziosi, perle di un mondo antico che si stava chiudendo sopra la sua fine. A distanza di tanti anni (ne ha compiuti 90 quest’anno) riesce a ricordare con straordinaria lucidità e a raccontare con ironia, ma sempre con la delicatezza dell’ospite e talvolta il distacco del «foresto», il dipanarsi di una quotidianità che solo chi viene da fuori e la ama intensamente può descrivere e tramandare compiutamente. Il libro è un diario e nello stesso tempo un resoconto della vita degli anni dell’immediato secondo dopoguerra in un angolo sperduto di provincia: figure assolutamente marginali per il resto del mondo qui diventano giganti: da chi lo è davvero come don Bepo Cappelletti, don Domenico Mercante e l’«ansiprete» don Erminio Furlani e chi lo è in maniera figurata come Sisto e la Mincola, il Teto, il Giaio, il Mino dei Gauli, il Gussi che a mezzogiorno lasciava la sua segheria e per non far torto a nessuno faceva il giro delle tre osterie del paese ordinando un quartino in ciascuna e saltando la quarta, come nota ironicamente Crisma, «per non raggiungere il litro, ritenendolo un po’ fuori misura come aperitivo». A scuola ci si industria: Crisma per spiegare il sistema solare usa una candela in una stanza buia che illumina un’arancia infilzata in un ferro da calza, che mostra anche l’inclinarsi dell’asse terrestre e l’alternarsi delle stagioni. Con l’aiuto degli allievi traduce in cimbro la canzone valdostana «Montagne mie vallate» in zPergan maine teljar», che è diventato l’inno del coro di Giazza. Il volume si chiude con il trasferimento a Selva di Progno dove i coniugi Crisma costruiscono la loro casa e dove Aulo, che oggi risiede vicino ai figli a Padova, torna ogni estate «perché sempre vivo è stato il mio affetto per Giazza e non si è mai affievolita l’amicizia tra me e i miei vecchi alunni». •

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