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26.05.2017

Il finanziere che uccise due colleghi e si sparò

Agli inizi del 1900 un grave fatto di sangue sconvolse la serenità dei pacifici abitanti di Vallene, 1.171 metri di altezza sul livello del mare, amena località di Sant’Anna d’Alfaedo alle pendici del Corno Mozzo, ora quasi disabitata (una quindicina di abitanti), ma a quel tempo densamente abitata. Si parla di 300 individui, un po’ troppo a nostro giudizio, anche se, per la verità, le persone che risiedevano nel cosiddetto Colonèl, che comprendeva il territorio che va da Ceredo a Vallene passando per Cescatto e Ronconi, al censimento del 1901, risultavano 802, mentre attualmente sono circa 300 in meno.

La vicinanza al confine con l’Austria fece nascere una fiorente quanto illegale attività, quella del contrabbando, che contribuì ad arrotondare i magri guadagni derivanti dall’agricoltura e, in particolare, dall’allevamento del bestiame, soprattutto bovino.

Per cercare di contrastare l’illecito traffico di merci (sale, tabacco, zucchero, graspa…), che si concretizzava a mezzo bricolle tra il vicino territorio austriaco e quello italiano, vennero istituite delle stazioni di guardia. Una di queste era dislocata a Vallene in uno stabile, ora abitato da una famiglia dal doppio cognome, Benedetti Vallenari, con stemma gentilizio, proprietari della bella chiesetta, costruita nel 1665 iniziativa di un loro parente, certo don Sebastiano Vallenari che la dedicò alla Santissima Madre delle Grazie, «Addolorata dei sette dolori».

Nella caserma alloggiavano otto finanzieri, che si alternavano in servizi di controllo. La mattina del 27 giugno (era un sabato) dell’anno 1908, Luigi Pazzetta, 21 anni, di Nepi (Roma), Settimio Berna, 27 anni, di Castiglione del Lago (Perugia) e Bonaventura Natoni, 21 anni, di Veiano (Viterbo), erano stati di servizio al confine nei dintorni del Corno d’Aquilio. Rientrarono verso le nove di sera. Cenarono tranquillamente e scherzarono come si fa tra buoni amici, nulla facendo presagire quanto sarebbe in seguito accaduto. Oltre a loro, quella sera in caserma si trovavano il caporale Augusto Paganelli e il brigadiere Cesare Bettini. Dopo cena si strinsero la mano ed andarono a dormire.

Pazzetta, che il giorno dopo, domenica, doveva alzarsi alle 5 per uscire in servizio col caporale Paganelli, andò a dormire da solo in una stanza al primo piano, gli altri due colleghi in una stanza al secondo. Verso le 4 del mattino, Paganelli udì provenire dai locali superiori un rumore come di un coperchio di una cassa che si chiude, ma non ci fece caso pensando che fosse Pazzetta che si stava vestendo per uscire con lui in servizio. Non vedendolo, alle 5 salì nella sua camera, che trovò vuota. Ritenendo che fosse andato a salutare i suoi due amici, andò al piano superiore.

Aperta la porta, gli si presentò una orribile scena. Pazzetta giaceva bocconi in un lago di sangue davanti ai letti delle due guardie; dopo averle uccise nel sonno, aveva rivolto contro se stesso la rivoltella che aveva preso dall’ufficio del brigadiere Bettini. Anche le cartucce non erano della sua dotazione, ma se le era procurate altrove.

Non si conobbero mai i motivi di siffatta tragedia, anche se dall’inchiesta risultò che Pazzetta fosse un tipo molto irritabile e affetto da epilessia. I cadaveri furono chiusi in tre bare e sepolti nel vicino cimitero della località montana dove è ancora vivo il ricordo del grave fatto di sangue, che suscitò molto scalpore per la crudezza in cui si era consumato.

Quando nel gennaio 1935, si dovette far posto a una nuova inquilina, Luigia Bertasi, detta «Biona», il becchino, nello scavare la buca, si trovò di fronte a tre teschi, sicuramente i resti dei tre finanzieri, che, misteriosamente, come sono stati uniti nella morte, lo furono anche nella tomba.

Lino Benedetti
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