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01.12.2018

Maria che chiedeva l’elemosina per una lunga vita «dura assé»

Novantasette anni ieri, nove figli, di cui una suora, 21 nipoti, 21 pronipoti e altri due sono in arrivo nei prossimi mesi: sono i numeri da record di Maria Mettifogo, classe 1921, di contrada Venchi di San Bortolo, che ha la storia, quella della povera gente, scritta nella carne. «Avevo 9 anni quando morì mio padre e ci lasciò nella disperazione e nella miseria: mia madre, con cinque figli - il più piccolo di 11 mesi - mi mandò a elemosinare di casa in casa: tornavo con una manciata di farina di polenta e doveva bastare per tutti. Lo feci per tre anni, poi il compito passò ai miei fratelli più piccoli. Ricordo ancora quando vennero a pignorarci l’unico campo che avevamo e il poco fieno raccolto per le tre pecore che ci erano rimaste. In casa non abbiamo mai cotto un uovo: servivano da barattare con altri beni di prima necessità e siamo cresciuti a polenta, castagne, «nose, pomi, rave e capussi”». A 14 Maria anni era già «a servizio» in un albergo di Recoaro: «Preferivo fare le camere e lavare piatti. Ho provato anche a lavorare per una famiglia di Padova, ma non era il mio mestiere: “i siori non jè mai contenti”», dice. Cresciuta in libertà e all’aria aperta, non sopportava la vita di città e di appartamento: «A 19 anni ho lavorato per 12 mesi negli orti di Albenga. Guadagnavo bene: 120 lire al mese, il doppio di quello che avrei preso restando qui, ma sono tornata perché cominciavano a bombardare le linee ferroviarie e le città». La donna scampò ai bombardamenti, ma non ai pericoli della guerra, con due fratelli prossimi alla leva e portati dai tedeschi a lavorare a Campobrun per impedire che si arruolassero con i partigiani. «Da noi, ai Roncari, si alternavano partigiani e tedeschi: andavano via gli uni, arrivavano gli altri. Con i partigiani noi non abbiamo mai avuto problemi, ma due residenti sono stati uccisi dai tedeschi e dai fascisti in rastrellamento, solo perché stava lavorando nel bosco», ricorda, assieme allo scampato pericolo di essere scesa poco prima, nei pressi di Sant’Andrea, da un camion militare mitragliato da un caccia americano. Era stata a Campobrun a portare da mangiare ai fratelli e aveva approfittato del passaggio sul mezzo per tornare più velocemente verso casa. Il 21 aprile del 1945, quattro giorni prima della Liberazione, si sposò con Euclide Presa, da cui ebbe Gino, Teresa, oggi suora canossiana, Ada, Laura, Goretta, Lina, Rosetta, Marino e Giovanni, l’ultimo nato e l’unico che ha visto la luce in ospedale. Con il marito, morto in un incidente stradale quando il figlio più piccolo aveva appena 8 anni, ha continuato a rimboccarsi le maniche come ha sempre fatto per tutta la vita e continua fare anche alla soglia dei cent’anni, badando a se stessa: «Farei di più se le gambe mi reggessero meglio, ma sono contenta dello stato in cui sono e se mi guardo indietro dico che l’ho passata dura “assé”». •

V.Z.
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