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06.06.2018

Lama avvelenato nel prato del parroco: «È una vendetta»

Il cartello e l'animale
Il cartello e l'animale

Un cartello costruito graficamente come un’epigrafe funebre annuncia la morte di un lama per avvelenamento nel prato di proprietà della parrocchia di Cerro.

«Si ringrazia la persona che si è presa cura di avvelenare il lama che pascolava in questo prato», è scritto. «Ora sarà più bello vederlo tutto incolto e lasciare crescere le spine». E si conclude con un amaro «I proprietari sentitamente ringraziano».

 

Il cartello è appeso alla recinzione dell’area verde, compresa fra le vie Rotteglia e Bertin, in pieno centro, dietro la chiesa, la palestra le aree sportive all’aperto e il centro Noi. Un gesto odioso e purtroppo ripetuto negli anni di avvelenamento di animali ricoverati sul prato durante la bella stagione perché lo possano tener pulito dall’erba e impedirne il progressivo degrado.

Inspiegabile la ragione, anche a voler cercare le cause possibili che hanno fatto decidere per questo gesto inconsulto, perché il lama, come le caprette tibetane che erano ospitati nell’area, sono animali miti, silenziosi e teneri, amici dei bambini. Santo Valbusa, agricoltore di Bosco Chiesanuova e proprietario di Raul, il lama avvelenato, è sicuro che si tratta di un gesto di vendetta: «C’è gente che si lamenta per l’odore, ma un solo lama che vive all’aperto in un pascolo non dà nessun fastidio di questo tipo. Sono molto amareggiato perché è stata una morte terribile per il povero Raul, con gli occhi sbarrati, la bava che gli usciva dalla bocca e l’impossibilità di poterlo aiutare».

Santo lo aveva da sette anni e lo portava in esposizione in occasione dei presepi viventi, nelle scuole a incontrare i bambini e le sue due nipotine di 7 e 9 anni gli erano particolarmente affezionate. Da appassionato di animali, tiene in azienda anche asinelli, cavallini nani e pony. Le caprette tibetane gli sono state regalate da un amico che non poteva più tenerle e le ha portate nel recinto della parrocchia a far compagnia a Raul. «Ora temo anche per loro perché negli anni scorsi, sempre per avvelenamento ho perduto già una pecora e due capre, prima del lama: sempre nello stesso posto. Quando gli animali stanno a casa mia muoiono solo di vecchiaia: possibile che si avvelenino solo quando vanno a pascolare nel prato della parrocchia?», si chiede. Aggiunge che le trasferisce lì per fare un favore a don Franco, che così non è costretto a tagliare l’erba, «ma dal prossimo anno non potrò portare più nulla: non voglio perdere altri animali in questo modo orribile», conclude Valbusa.

Vittorio Zambaldo
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