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15.02.2017

«I baldi alpin van via»
In viaggio tra i ricordi
della Grande guerra

Una foto d’epoca che ritrae alcuni alpini durante il loro passaggio a Bosco ChiesanuovaIn Lessinia si trovano diversi resti della Grande GuerraGiulia e Orazio Vinco nascosero  un soldato nella loro soffitta
Una foto d’epoca che ritrae alcuni alpini durante il loro passaggio a Bosco ChiesanuovaIn Lessinia si trovano diversi resti della Grande GuerraGiulia e Orazio Vinco nascosero un soldato nella loro soffitta

I segni che sono rimasti sul terreno, quelli ingialliti nelle cartoline e nelle foto d’epoca, sopratutto le storie rimaste nella memoria dei più vecchi tramandate di bocca in bocca, sono oggi la storia della Lessinia nella Grande guerra, raccolta da Flavio Melotti e Gianmarco Lazzarin nell’agile e documentato volume «Oi cara mamma i baldi alpin van via» (128 pagine, Edizioni Stimmgraf), racconto discorsivo e avvincente di anni di presenza militare su un fonte che si è rivelato del tutto secondario, ma che ha trasformato profondamente la vita dell’altopiano.

Melotti, caporal maggiore di artiglieria di montagna, geometra libero professionista e operatore naturalistico-culturale del Cai, nonché consigliere della sezione Ana degli alpini di Verona è stato l’anima della riscoperta e del restauro del ridotto difensivo di Malga Pedocchio. Gianmarco Lazzarin, professore a contratto di geografia sociale e culturale e topografia e cartografia all’Università di Verona, è guida ambientale escursionistica. A quattro mani hanno redatto l’opera che si distingue bene nei contenuti: Melotti ha curato la parte storica e documentale, Lazzarin sei itinerari lessinici a corredo di quanto illustrato nella prima parte, sfruttando dettagliate cartine, fornendo indicazioni su lunghezza, tempi, sviluppo verticale, percorso, difficoltà e ambientazione di ogni itinerario, accompagnato da foto a colori e descrizione precisa.

Dall’analisi delle caratteristiche geomorfologiche della Lessinia e in particolare della zona di Malga Pedocchio nel primo capitolo, il libro passa a raccontare le opere militari realizzate in Lessinia durante il primo conflitto mondiale, a descrivere l’apparato militare, a raccontare la storia della caserma Davide Menini dove oggi sono ospitate le scuole di Bosco Chiesanuova, tutto documentato con disegni, schizzi, foto d’epoca. Gli ultimi cinque capitoli della prima parte sono quelli che non si trovano sui libri di storia e nei rapporti militari e a Melotti va il merito di averne impedito l’oblio con una raccolta sistematica e ordinata: vi si parla di una popolazione in guerra, con testimonianze e aneddoti introvabili.

Scopriamo che i sindaci della Lessinia dovevano procurare spazi per gli accampamenti, paglia per dormire e mezzi di trasporto dei materiali, cioè carri, carretti e muli quando il comando militare organizzava qualche manovra.

A Bosco, costretti ad ospitare oltre mille alpini, i residenti si trasformarono in osti, affittacamere e ristoratori e il Comune fu prodigo di licenze per spaccio di vino e viveri. Con lo scoppio della guerra tutto il territorio fu assoggettato alle esigenze belliche: gli alberghi sedi dei comandi militari; il baito di San Giorgio adibito a infermeria di prima accoglienza, mentre l’infermeria vera e propria sarà nei 120 posti letto delle colonie alpine del Càrcaro; un carcere in località Merli; ai Tracchi i magazzini della Milizia territoriale e una polveriera a Malga Moscarda. A Erbezzo, dove poi sorse il collegio don Bosco, si sistemarono stalla e officina di mascalcia e in piazza magazzini e panificio.

Fu il 1916 l’anno peggiore con ben 20mila militari dislocati sui Comuni lessinici e tutto quello che serviva all’approvvigionamento dei militari venne requisito: dal legname da riscaldamento e da opera, al bestiame per la carne e il latte e la popolazione protestò con diverse lettere ai suoi amministratori. Nel 1918 il sindaco di Bosco fu costretto ad avvertire la popolazione «che sono inutili le richieste di zucchero per ammalati, vecchi e bambini… a favore di costoro devono sacrificarsi i sani».

Ma anche in periodi di fame e tribolazione la popolazione tenne fede a quei valori di ospitalità e servizio che l’hanno sempre caratterizzata. Un militare austroungarico di origine bosniaca, che era prigioniero in contrada Mandria di Valdiporro tentò di fuggire arrivando fino alla linea del Piave, dove di fronte alla battaglia si rese conto che non sarebbe passato; così fece ritorno a Bosco. I militari italiani che lo presero in consegna e che avrebbero dovuto fucilarlo gli permisero di nascondersi nella soffitta di Giulia e Orazio Vinco fino alla fine del conflitto, provvedendo anche a mantenerlo con una gavetta di pasta al giorno per lui e un’altra per la famiglia che lo nascondeva.

«L’opera fa onore al suo autore», come commenta nella presentazione Vasco Senatore Gondola, «non solo per aver fissato per sempre memorie altrimenti destinate a scomparire, ma anche perché ha saputo trattare di guerra parlando di umanità e mostrando le potenzialità positive di valorizzazione territoriale».

Vittorio Zambaldo
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