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23.01.2018

Vita a Corbiolo Il sogno di B. e dei suoi amici

La tavolata del centro dove sono ospitati migranti minorenni
La tavolata del centro dove sono ospitati migranti minorenni

Vorrebbero diventare calciatori professionisti; qualcuno come O., studiare anche medicina e rincorrere malattie e palloni come fece Socrates, il capitano della Seleçao che subì dall’Italia la sconfitta nel Mundial spagnolo del 1982. Ma c’è anche M. cui piacerebbe fare il falegname e B. che vorrebbe, invece, diventare meccanico. Con  otto dei diciassettenni ospiti della comunità educativa La Cordata, gestito come Sprar, il sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati, dalla cooperativa Prassi e Ricerca nell’ex scuola materna adiacente alla chiesa parrocchiale di Corbiolo, sistemata negli anni scorsi dal Comune.

I posti a disposizione sono dieci: due restano aperti per le urgenze e potrebbero essere occupati a breve. I ragazzi hanno avuto nei giorni scorsi il primo incontro con gli amministratori, il sindaco Claudio Melotti che è anche loro tutore legale, l’intera giunta, alcuni consiglieri e l’assistente sociale del Comune, Silvia Garonzi, che ha redatto il progetto della comunità educativa in collaborazione con l’assessore ai servizi sociali Lorenza Corradi e Loretta Brutti, consigliera delegata alle politiche per la famiglia, pari opportunità, rapporti con le associazioni di volontariato sociale. Francesco Pea, responsabile della comunità, li ha presentati ai ragazzi come “i ministri” del governo del paese per rendere loro l’idea del ruolo che rivestono. I ragazzi, tutti maschi, arrivano dall’Africa subsahariana: tre dalla Guinea Bissau, due dal Gambia, uno ciascuno da Mali, Costa d’Avorio e Guinea Conakry. Alcuni di loro sono stati in viaggio per mesi, altri per anni, partiti ancora quando erano bambini: sono arrivati non accompagnati, passando per i pericoli e le violenze dei viaggi attraverso le insidie dell’ambiente e degli uomini: hanno tutti alle spalle storie di vissuti molto forti. Sbarcati in Italia sono stati ospiti di Centri di accoglienza straordinari (Cas) e questo ha lasciato in loro gravi lacerazioni e aspetti deleteri per la loro formazione da adulti. «Sono arrivati senza saper nulla dei loro diritti ed è stata la nostra prima missione quella di spiegare che possono richiedere protezione internazionale. Nella comunità possono restare fino al compimento dei 18 anni e a questo traguardo arriveranno tutti nell’arco dell’anno: la regola impone il trasferimento in uno Sprar per adulti, ma non è un’operazione automatica anche in considerazione che il Comune si è impegnato nei loro confronti con un progetto», ha spiegato il responsabile, «e sarebbe uno spreco di risorse ed energie non completare il percorso individuato». Per tutti loro si tratta di apprendere l’italiano, conseguire la licenza di terza media ed entrare nel circuito del lavoro con l’apprendistato o un tirocinio. Sono seguiti da una decina di operatori (educatori, psicologi e assistenti sociali), tutti giovani assunti tra le professionalità presenti in paese o nei paesi vicini, come era stato chiesto al momento della presentazione del progetto che si è classificato secondo nella graduatoria stilata dal ministero. La settimana è scandita dalle ore di lezione di italiano nella comunità, gestite da volontari del paese e a Verona, che raggiungono con il bus di linea e dove frequentano per due giorni i corsi del Centro provinciale di istruzione per adulti (Cpia): ci sono ore di palestra, piscina, tempi per le visite e i controlli medici, spazio per le pratiche religiose, per l’incontro con i coetanei del paese che li invitano a dare quattro calci al pallone, per le pulizie della casa e delle proprie stanze. «Il nostro obiettivo è infondere serenità e cercare per quanto possibile di dare stabilità alla loro condizione, pur nella consapevolezza che il loro percorso non si conclude in questa struttura, perciò cerchiamo di fornire le condizioni per essere autonomi e responsabilizzati, a partire dal documento d’identità che devono imparare a portare sempre con sé», precisa Francesco Pea. Arrivati lo scorso 30 novembre, si stanno gradualmente inserendo nella realtà locale: «La criticità maggiore, oltre all’iter burocratico che devono affrontare per il riconoscimento del diritto alla protezione internazionale, è il rischio del distacco per essere trasferiti altrove», suggeriscono gli operatori che parlano di un buon inserimento nella comunità locale, con numerose presenze quotidiane di volontari che si mettono a disposizione per tutte le necessità. •

Vittorio Zambaldo
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