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14.06.2015

Sulle Vezzarde atterravano gli aerei della Grande guerra

Il sottotenente Guido Keller
Il sottotenente Guido Keller

Durante la prima guerra mondiale fu attivo sulle Vezzarde, sopra Sant'Anna d'Alfaedo, un campo d'aviazione. Alla scelta del luogo, scoperto da uno stravagante pilota, ha concorso anche l'ottimo caffè preparato da una vecchietta del paese. Se sulle Vezzarde, un falsopiano a mille metri di altezza a nord-ovest del paese, venne allestito un aeroporto militare durante la guerra 1915-1918, lo si deve a un singolare aviatore: il sottotenente Guido Keller, uomo geniale, generoso, un artista, che era nato a Milano da nobile famiglia nel 1882. A Keller sono dedicate alcune pagine nel volume «Il fronte del cielo. Guida all'aviazione nel Veneto durante la Grande Guerra 1915- 1918» (Istituto per la storia del Risorgimento Italiano - Comitato di Treviso - Istrit), scritto da Renato Callegari con Stefano Gambarotto. E lo scrittore Atlantico Ferrari ha dedicato al sottotenente un libro - «L'asso di cuori Keller» - nel quale ha citato anche il campo d'aviazione di Sant'Anna.LA SCELTA DEL LUOGO. Alla ricerca di un territorio su cui allestire un campo in alta quota, sorvolando col suo Aviatik la zona di Sant'Anna, Keller ritenne il sito delle Vezzarde ideale per il decollo e l'atteraggio di aerei, soprattutto quando nel campo base di Tombetta, a Verona, gravava la nebbia. Un toponimo, le Vezzarde, che secondo don Alberto Benedetti (1911 -1997), lo studioso «Prete dal Seré», deriverebbe dal tedesco Weswärts (verso ponente, ad occidente), oppure Westwaldt (bosco, foresta occidentale).Keller comunicò la scoperta al tenente Bergonzi, suo amico e inseparabile compagno, al quale propose di andare sul posto perchè potesse rendersi conto di persona di quel luogo bellissimo, dove c'era un bosco magnifico in cui riposarsi in estate e una vecchietta nel vicino villaggio che preparava un ottimo caffè. Avuto il permesso per una ricognizione dal comando di squadriglia, a pomeriggio inoltrato i due erano in volo sulle montagne della Lessinia occidentale.IL VOLO DI RICOGNIZIONE. Di tanto in tanto i due compagni si guardavano per poi volgersi verso lo spettacolo fantastico che la natura, con l'ausilio di quell'eccezionale punto di osservazione, serbava ai piccoli navigatori dell'aria. Nulla, meglio di quella vista, poteva simboleggiare la smisurata bellezza e la potenza espressiva del creato. Keller agitò una mano. Erano sul «campo», un cocuzzolo coperto di neve! Bergonzi si volse verso l'amico con espressione di dubbio. L'altro si dimostrò sicuro di sé quale scopritore di aeroporti e pilota inimitabile. Ridusse il motore, planò fino alla giusta quota e arrivato al bordo del burrone, fece scivolare la macchina sul pendio in salita. Il solito scossone, toccando, qualche lieve salto, e il velivolo si fermò sulla bianca superficie dopo una manovra impeccabile.«Guarda», diceva intanto Keller con ammirazione, «là c'è il bosco per riposarsi d'estate, quaggiù il paesino con la vecchia del caffè, lì possiamo mettere gli hangars, da quella parte i ricoveri per i soldati...».Soddisfatto dell'effetto prodotto dalla sua scoperta, Keller trascinò Bergonzi per un sentiero fino alla casupola in cui abitava la vecchietta che preparava la bevanda apprezzata dal poetico aviatore e che, evidentemente, aveva fatto visita in precedenti sopralluoghi. La vecchietta accolse calorosamente gli ospiti calati dal cielo, serbando a Keller attenzioni speciali, e si mise al lavoro. Scaldava e filtrava l'infusione con una pazienza degna della sua età, borbottando contro il fuoco troppo «freddo» come diceva nel suo dialetto. Ripeté l'operazione un numero infinito di volte. Il caffè risultò delizioso, secondo il referto di Keller che, in ultimo, fece onore alle sue abitudini di filantropo pagando almeno dieci tazze in più, a fondo perduto. Seguiti dalle benedizioni indecifrabili della vecchia, i due ripresero la strada del ritorno.I LAVORI PER APPRONTARE IL CAMPO. Una volta approvato il progetto, iniziarono le opere, che Keller seguiva personalmente, necessarie per adattare il monte solitario ai nuovi usi bellici. Opere che comportarono: la costruzione di una strada carreggiabile, rimasta percorribile fino a qualche anno fa; importanti modificazioni al terreno; la costruzione di vari edifici per il ricovero di uomini e materiali. Alcuni alberi, di ostacolo all'atterraggio, dovevano essere abbattuti, mentre Keller li riteneva un ornamento per il paesaggio. Dei quattro rimasti, due furono abbattuti da apparecchi in atterraggio, il terzo fu distrutto sparandogli contro una raffica di mitraglia; il quarto fu investito dallo stesso Keller mentre atterrava col suo veloce «Spad», quando il campo non veniva ormai più utilizzato, con conseguente schianto anche del velivolo. E poichè le ali erano foderate in tela e seta, le donne del paese si precipitarono sul luogo del disastro per contendersi soprattutto il prezioso tessuto di seta con cui confezionarsi dei vestiti.Nel bosco, che si estendeva su un lato dell'altopiano, vennero eretti gli hangar per gli aeroplani, nella parte bassa Keller conferì al sito un personale tocco artistico, realizzando fontanelle, laghetti artificiali e, perfino, una sala elioterapica; tra l'altro vi allevava diversi animali da cortile (polli, conigli), ma non per metterli arrosto, dato che era vegetariano. L'infaticabile aviatore non tralasciò le sue tendenze naturalistiche ed approntò la «sala» da bagno elioterapica in un avvallamento del terreno. Le marogne, di cui era ricca la zona, fornirono il materiale di rivestimento di pareti e fondo.Su quelle pietre arroventate dal sole, Keller faceva le cure solari con infinita beatitudine, quando l'attività bellica gli lasciava il tempo. Il parroco ebbe a riprendere alcune giovani parrocchiane, le quali , saputo delle abitudini dell'aviatore, andavano a spiarlo per coglierlo mentre si crogiolava al sole in costume adamitico.NEL MIRINO DEGLI AUSTRIACI. La squadriglia di Sant'Anna, in effetti, compì azioni brillantissime svolgendo frequenti crociere sulle alte montagne, in mezzo a tempeste e bufere, in una zona battuta da venti impetuosi e potentemente fortificata e difesa dagli austriaci. I quali, con i loro cannoni, posizionati dalle parti di Rovereto, tentavano ripetutamente di far arrivare i loro «ninnoli» sulle Vezzarde. Ne fanno fede gli scheggioni di ghisa rinvenuti in occasione di lavori agricoli e almeno un grosso proiettile inesploso riconducibile a quegli accadimenti.UNO SCHIANTO E ALMENO UN MORTO. Non ci sono documenti, o almeno non ne abbiamo trovato, che accertino la morte di un aviatore andato a schiantarsi col suo velivolo in fase di atterraggio su un masso all'estremo sud del campo, sul quale è stata collocata una croce in pietra. Quella che si vede, in alto a sinistra, prima di entrare in paese, non è l'originale che fu distrutta da un fulmine. Non vi sono documenti, come si è detto, che lo attestino, ma a venirci in aiuto c'è la testimonianza di Ida Ronconi, originaria di Corrubio, buona memoria, scomparsa a 101 anni nel marzo di tre anni fa, la quale ricordava perfettamente il fatto. Secondo voci, non sarebbe stato nemmeno l'unico incidente mortale in fase di atterraggio.LE VEZZARDE, PRIMA E DOPO L'OCCUPAZIONE MILITARE. Il pianoro di Vezzarde, a ridosso del Monte San Giovanni, 1.055 metri sul livello del mare, su cui si erge l'omonima, antica chiesetta, prima di essere adocchiato da Guido Keller per realizzare il campo d'aviazione, era una vasta distesa di terreni, in parte coltivati a prato da sfalcio, in parte a seminativi.Alla fine della prima guerra mondiale, smobilitato l'aeroporto, quei terreni furono riconvertiti ad uso agricolo finchè, nei primi anni '60 del secolo scorso, non arrivò da Bassano del Grappa la ditta Giolai, incaricata di abbattere fabbricati, radere al suolo piante, spianare il terreno per essere nuovamente occupato, come lo è tuttora, da strutture militari. Tutto fu distrutto, bucato per ricavare bunker, cunicoli, stanze con spessi muri in cemento armato.Una estensione enorme di quasi 33 ettari, pari a oltre 100 campi veronesi, la maggior parte di famiglie di Vaona e Cona. Le quali, per evitare l'espropriazione, accettarono le somme di danaro che erano state loro offerte.Delle belle cifre, si disse. Famiglie che, rimaste senza terreni e, quindi, senza redditi, per poter continuare la loro attività di agricoltori, il lavoro che si tramandava da padre in figlio, col ricavato dalla vendita forzata, comprarono delle campagne alle Basse. Furono così costretti ad emigrare, che spesso è peggio che morire.

Lino Benedetti
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