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26.11.2017

Il viaggio di Virgilio
sulle tracce dello zio
che gli diede la vita

Lo zio Virgilio Florio in partenza per il servizio militare nel 1938
Lo zio Virgilio Florio in partenza per il servizio militare nel 1938

«Rendo onore a mio zio Virgilio, di cui porto il nome, perché sono al mondo grazie alla sua morte». A cent’anni dalla nascita (il compleanno dello zio cadrebbe martedì) e a 75 dalla sua morte nel mar Ionio per il siluramento dell’incrociatore ausiliario «Città di Palermo» su cui era imbarcato come militare diretto in Grecia, Virgilio Florio ricostruisce la vicenda della sua famiglia.

«I miei erano originari della contrada Costa di Bosco Chiesanuova e da lì mio zio Virgilio partì militare nel settembre 1938, destinato al decimo reggimento fanteria Regina, decima compagnia di stanza a Kalimnos, isola del Dodecaneso, nell’Egeo di fronte alla Turchia e allora appartenente all’Italia».

Lo scoppio della guerra lo colse ancora sotto le armi e non ottenne il congedo dal servizio di leva, ma restò operativo raggiungendo il grado di caporalmaggiore. Solo nel dicembre del 1941, dopo 40 mesi ininterrotti di servizio militare, ottenne la licenza di un mese, durante la quale poté far visita alla famiglia.

Fu nel rientro a Calimnos, dopo essersi imbarcato il 4 gennaio da Brindisi, che trovò la morte il giorno successivo nell’affondamento della nave centrata da due siluri lanciati dal sommergibile inglese Proteus al largo di Cefalonia. «La notizia arrivò in famiglia qualche mese dopo, quando mio padre Costantino Zeno, classe 1911, che aveva già fatto la campagna di Libia del 1936, era stato richiamato per partire per la Russia. Era già a Porta Vescovo dove si stavano caricando i treni con l’artiglieria pesante e alcuni suoi commilitoni erano già partiti. La notizia della morte del fratello gli permise di ottenere il congedo e non partire per la Russia, da dove non sarebbe più tornato, com’è successo ai commilitoni che facevano parte della sua compagnia».

Costantino Zeno ritornò in famiglia dalla moglie Teresa e dal primogenito Renzo, oggi missionario in Brasile. Nacque successivamente Virgilio, chiamato come lo zio morto un anno prima, ma il padre non lo poté vedere perché prima della nascita fu di nuovo richiamato e spedito a Bolzano dove fu fatto prigioniero dai tedeschi dopo l’8 settembre 1943. Deportato a Mauthausen e successivamente in campi di lavoro al confine fra Ungheria e Cecoslovacchia, riuscì a fuggire all’approssimarsi dell’Armata Rossa e tornare a casa una settimana prima della fine della guerra, con due compagni di Mantova e dopo ben due mesi di peripezie in un’Europa devastata dalla guerra.

«Da anni avevo il desiderio di recarmi sui luoghi che avevano visto la presenza di mio zio», racconta Virgilio, che è nato proprio nel periodo in cui il padre poté ritornare in famiglia, mentre le altre due figlie, Luisa e Giovanna, sono arrivate dopo la fine della guerra e il ritorno dalla prigionia. «Volevo rendere omaggio a uno zio che non ho mai conosciuto ma di cui ho sentito tanto parlare in famiglia e che è stato pianto a lungo dai nonni. Io esisto a causa della sua disgrazia», commenta.

Lo scorso settembre Virgilio è partito con la moglie Adalisa portando con sé una manciata di terra raccolta nel giardino della casa natale di Costa. La prima tappa è stata l’isola di Santa Maura, chiamata Lefkada dai greci, a nord di Cefalonia dove è avvenuto il siluramento della nave italiana. «Abbiamo noleggiato un’auto e raggiunto Porto Katsiki sulla spiaggia di fronte al luogo del naufragio e dove sono presumibilmente approdati i pochi superstiti. «Lì abbiamo pregato per lui e per tutti i suoi poveri compagni di sventura, versando in mare il pugno di terra portato da casa. È stato un momento intenso e commovente», ricorda.

La seconda tappa del viaggio è stata l’isola di Kalimnos dove lo zio Virgilio rimase tre anni da militare: «Abbiamo girato a lungo, ammirando paesi, insenature e spiagge, cercando di immaginare gli stessi luoghi come lui li vedeva 75 anni fa. È stato un viaggio della memoria che gli dovevo da quando sono nato», conclude Virgilio.

Vittorio Zambaldo
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