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26.11.2017

A bordo anche un prete
morì salvando un soldato

Virgilio Florio, nipote, getta la terra di contrada Costa nello Ionio
Virgilio Florio, nipote, getta la terra di contrada Costa nello Ionio

L’incrociatore ausiliario Città di Palermo faceva parte della flotta della Tirrenia ed era stato costruito nel 1930 come motonave passeggeri da oltre 5mila tonnellate e prestava servizio sulle rotte per Palermo, Napoli, Tripoli e Tunisi. Allo scoppio della guerra fu requisito dalla Marina militare e destinato al trasporto di soldati e provviste. L’ultimo suo viaggio partì da Brindisi diretto a Patrasso la sera del 4 gennaio 1942, al comando del capitano di fregata Filippo Ogno, scortando la motonave Calino. Fonti ufficiali della Marina militare parlano della presenza a bordo di circa 150 uomini di equipaggio e 600 militari di passaggio, in gran parte appartenenti a un reggimento misto inviato nel Dodecanneso, per un totale di circa 750 uomini.

Alle 7.55 del 5 gennaio erano vicino a Capo Dukato, tra Cefalonia e Santa Maura.

Sul Città di Palermo, ben pochi stavano sui ponti scoperti per il freddo del mattino e perché a quell’ora si stava servendo la colazione. Il sommergibile britannico Proteus al comando del capitano di corvetta Philip Stewart Francis, lanciò da una distanza di soli 585 metri, due siluri dai tubi di poppa che andarono a bersaglio.

La nave si inclinò paurosamente togliendo a chi stava sottocoperta ogni via di fuga, mentre chi stava sui ponti poté quantomeno tentare di mettere in mare delle lance di salvataggio. Nella confusione il cappellano militare don Alberto Carrozza, un ventisettenne di Salsomaggiore, premiato con medaglia d’argento al valor militare, si prodigò per riportare la calma, aiutando nella messa a mare delle scialuppe, cedendo il suo salvagente a un soldato che ne era sprovvisto e rifiutando di salvarsi. Anche il comandante si inabissò con la nave ma riuscì a salvarsi grazie all’abilità nel nuoto. Molti che si erano gettati in acqua perirono però assiderati a causa della temperatura gelida dell’acqua e non poterono essere soccorsi subito dalla nave Calino, che rispettando le procedure doveva allontanarsi dal luogo del siluramento per non esser a sua volta affondata. Su circa 750 uomini imbarcati vi furono 291 sopravvissuti, molti dei quali portarono per sempre le conseguenze del freddo sofferto in acqua e della nafta ingerita. V.Z.

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