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06.02.2018

L’alfiere è andato avanti «Voce di libertà e pace»

Alessandro Ferrarin con la moglie Ada De Vecchi durante l’intervista del marzo 2013Alessandro Ferrarin in una foto del 1943
Alessandro Ferrarin con la moglie Ada De Vecchi durante l’intervista del marzo 2013Alessandro Ferrarin in una foto del 1943

Vittorio Zambaldo È tornato a riabbracciare la sua Ada con cui aveva condiviso fino a un paio di anni fa una vita intensa e avventurosa Alessandro Ferrarin, 91 anni, cavaliere, partigiano e combattente, sepolto ieri pomeriggio a San Martino Buon Albergo dove era nato e vissuto. Il feretro in legno chiaro avvolto nel tricolore, con un grande mazzo di rose rosse e il cappello da alpino, la cassa istoriata con lo stesso simbolo, tra cime innevate e due stelle alpine, è entrato in chiesa dove gli sono stati di picchetto quattro alpini, il labaro sezionale e i gagliardetti dei gruppi alpini della zona Medio-Adige, nonché le bandiere dei carabinieri e dei marinai in congedo e quella dei combattenti e reduci di cui Alessandro era stato orgoglioso alfiere: «Testimone è colui che vive le parole di verità che dice e Alessandro è stato testimone e voce dei grandi valori di libertà, giustizia e pace che ha vissuto», ha ricordato nell’omelia il parroco don Flavio Miozzi. Il sindaco Franco De Santi ha voluto essere presente: «Un gesto doveroso verso una persona che non ha mai mancato di partecipare con grande senso civico a tutte le cerimonie civili di commemorazione. L’amministrazione per i suoi meriti gli ha riconosciuto il Martino d’oro e al papà è intitolata una via: figure esemplari per tutti noi sanmartinesi». Ada e Alessandro erano entrambi diciassettenni e fidanzatini quando nel settembre 1943 furono coinvolti loro malgrado in vicende che hanno segnato profondamente la storia d’Italia: lavoravano dall’età di 14 anni, Alessandro come tornitore alle officine Galtarossa e Ada come ricamatrice nell’industria tessile Tiberghien. Entrambi furono catturati da tedeschi e Brigate nere a distanza di qualche settimana l’uno dall’altro e Alessandro dopo un mese di carcere in cui riuscì a convincere che sebbene grande e grosso non era ancora in età di leva militare, fu inquadrato con Ada nella Todt, l’organizzazione che riforniva ed equipaggiava i militari al fronte e nello stesso tempo impiegava manodopera in lavori forzati per impedire il rischio di arruolamento o di sostegno ai reparti partigiani. Come raccontarono all’Arena in una pagina che dedicò ad entrambi in occasione del 25 aprile del 2013, la ricorrenza della Liberazione era festeggiata da loro ogni anno con devozione, esponendo il tricolore per tre giorni, orgogliosi di aver contribuito con il loro coraggio e le loro gesta. Alessandro fu istruito nella guida dei camion militari e costretto a trasferire materiale bellico a Roma per contrastare l’avanzata degli Alleati: dei 33 camion della colonna si salvarono solo il suo e un altro da un attacco aereo americano. Al ritorno con il camion carico di opere d’arte da trasferire in Germania salvò da un mitragliamento aereo a bassa quota, trascinandolo in un fossato, il militare tedesco ubriaco che lo accompagnava e che stava in mezzo alla strada con una bottiglia di vino in mano. Un gesto che gli salvò la vita quando a Domegliara il tedesco lo lasciò andare a casa, «perché mi disse che dalla Germania non sarei più tornato». Per due mesi restò imboscato nella tenuta Musella e fu Ada a trovare gli agganci per metterlo in contatto con la Resistenza nella quale militò in Val d’Alpone e sul Baldo. Vincenzo, papà di Alessandro, fu l’ultima vittima della guerra a San Martino, proprio il 25 aprile: decorato della Grande guerra, era corso in strada per soccorrere due feriti da un cecchino tedesco e fu colpito lui stesso mentre si chinava su di loro, morendo due giorni dopo. •

Vittorio Zambaldo
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