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30.01.2018

La Nostra Casa punta tutto al dopo di noi

Ospiti e operatori della Nostra casa   FOTO PECORA
Ospiti e operatori della Nostra casa FOTO PECORA

Katia Ferraro Alessandro ha 36 anni ed è arrivato a La Nostra Casa un anno e mezzo fa. Orfano di entrambi i genitori, è stato adottato dalla grande famiglia fondata nel 1981 da don Bruno Pozzetti a Peschiera del Garda, prima in località Dolci e 10 anni dopo trasferita in località Palazzo a San Benedetto di Lugana, dove ha messo radici profonde. Don Bruno è mancato lo scorso luglio lasciando tanti orfani: circa 40 ospiti tra il centro diurno e i due centri residenziali per l’accoglienza di persone con disabilità fisica o intellettiva, una trentina di operatori che ogni giorno si occupano di loro e decine di volontari che aiutano La Nostra Casa ad andare avanti e la rendono una realtà ben inserita nel territorio. Alessandro non lo sa, ma lui è uno dei testimoni del bene che si respira e si vive nel centro di accoglienza. Oggi è un ragazzo sereno, ama lo sport, la musica e giocare a carte. Fa parte della squadra di basket integrato «Primo maggio su coraggio» di Lazise ed è alla perenne ricerca d’affetto. «Come ci diceva don Bruno, bisogna rapportarsi ai disabili considerando le carenze affettive che possono aver vissuto», spiegano la coordinatrice del Centro educativo occupazionale diurno Susanna Zuccotti e Roberto Pachera, operatore. «Quando dai il cuore ad Alessandro, te lo restituisce in abbondanza», proseguono, «qui sembra aver trovato la sua dimensione». Attorno al tavolo a cui siamo seduti ci sono anche Andrea, Eugenio e Sonia. Andrea, 38 anni, sta dipingendo, ma non gli sfugge nulla di ciò che gli accade attorno. Frequenta il ceod da quando aveva 18 anni e gli piace rendersi utile. «Aiuta a fare i piatti in cucina e nel giardinaggio, per lui il lavoro non ha senso se non c’è la relazione, il rapporto con gli altri», spiega Susanna, soffermandosi sul «valore sociale di questi centri, che permettono a persone come Andrea di mantenere la loro vita in famiglia e alle famiglie di pensare serenamente al dopo di loro». Sonia ha 52 anni, è mamma di un ragazzo di 20 e da tre è accolta alla Nostra Casa in seguito alla perdita progressiva di autonomia a causa di una malattia degenerativa. Essere costretta su una sedia a rotelle dopo aver condotto una vita normale, scandita tra famiglia e lavoro e con le libertà che si danno per scontate, è una prova durissima da accettare e lo si legge nei suoi occhi. È per le persone come lei, colpite da malattia in età adulta, che don Bruno aveva un occhio di riguardo. Al tavolo si avvicina Maria Rosa: fu lei la prima, nel 1993, a fermarsi a dormire a Corte Palazzo, in seguito alla morte della mamma. Eugenio compirà 60 anni a febbraio e anche la sua vita è legata a doppio filo con quella della Nostra Casa: nel 1981 fu uno dei primi a frequentare l’appartamento dell’associazione in località Dolci. Parlando di sé dice di essere devoto alla Madonna di Lourdes e che se avesse potuto scegliere avrebbe voluto fare l’infermiere. In questi giorni gli operatori sono in attesa di tre nuovi inserimenti, due nel centro diurno e uno di tipo residenziale. Con quest’ ultimo si realizzerà un altro progetto avviato da don Bruno per rispondere a una necessità presentata dal Comune di Peschiera: l’appartamento in cui ha abitato per anni diventerà protetto e servirà per accogliere una persona con una buona autonomia, che potrà vivere da sola con la sicurezza di essere inserita in una grande famiglia. A distanza di quasi sette mesi dalla morte di don Bruno, operatori e volontari stanno acquisendo consapevolezza del compito impegnativo ma entusiasmante a cui sono chiamati per portare avanti la sua opera, che è prima di tutto un grande sogno di inclusione. «Don Bruno aveva sposato la causa della persona che ha perso tutto», ricorda Susanna riferendosi al tempo che negli ultimi anni il sacerdote dedicava per rifocillare e ascoltare le persone senza fissa dimora. L’accoglienza rivolta a loro, il sabato, sta proseguendo grazie ai volontari. Don Bruno voleva migliorarla riservando a questo servizio degli spazi nel futuro ampliamento della struttura, che sarà realizzato recuperando l’ala del Palazzo oggi adibita a portico e di cui è in fase di redazione il progetto definitivo. Un altro suo testamento spirituale. •

Katia Ferraro
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