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17.11.2017

«Il giardino delle delizie»
La Fortezza cambia pelle

Una vista della Fortezza di Peschiera dall’alto
Una vista della Fortezza di Peschiera dall’alto

A dispetto dei secoli di storia, la diagnosi sullo stato di salute della fortezza veneziana di Peschiera del Garda non è infausta.

«È un malato che ha oltre quattrocento anni, forse essere intervenuti poco durante questi secoli l’ha salvata, ma ora il restauro è necessario soprattutto in alcune parti più ammalorate», evidenzia l’architetto Alessandro Bazzoffia a margine della conferenza «Le nostre mura dalla storia al restauro» ospitata pochi giorni fa nella sala civica di piazza San Marco riscuotendo successo di pubblico ma soprattutto attenzione verso la conservazione di un bene che a luglio è entrato nella Lista dei patrimoni mondiali dell’Unesco.

Tra i presenti, oltre alla sindaca Maria Orietta Gaiulli e all’assessore al turismo Filippo Gavazzoni, il soprintendente di Verona Fabrizio Magani e gli assessori regionali Elisa De Berti e Luca Coletto. Bazzoffia ha illustrato gli esiti dello studio commissionato dal Comune di Peschiera e condotto con l’ingegner Marco Spezia portando avanti da un lato la ricerca storico-archivistica sulla fortezza e dall’altro quella sul degrado materico attraverso analisi chimico-fisiche, petrografiche, termografiche e video-endoscopiche per approfondire lo stato di salute dei diversi strati di materiale. Tre le priorità su cui intervenire: il lato sud di bastione Feltrin, rimasto in piedi dopo il crollo dell’altro versante avvenuto nel 1938, il lato est del bastione Cantarane dove sono visibili i segni delle cannonate e il lato nord di bastione Tognon, da dove sono cadute alcune pietre su cui si era intervenuti a metà del secolo scorso per prevenire crolli.

Lo studio sul degrado si è tradotto in un progetto di restauro che ha un costo stimato complessivo di quasi 10 milioni di euro. Cifra tutto sommato contenuta considerando la mole della fortezza pentagonale, che si sviluppa lungo tre chilometri e mezzo lineari con una superficie complessiva di 24mila metri quadrati.

«Dai campioni di malte e pietre naturali non sono emerse infiltrazioni di umidità», ha sottolineato Bazzoffia evidenziando però il problema delle lacune create dalle piante che crescono sulle mura.

Il progetto di restauro è un tutt’uno con l’idea di valorizzazione della fortezza: previste la creazione del camminamento sopra le mura. Occorre tenere presente che buona parte è già pubblica e accessibile, ma porzioni consistenti sono pertinenze private degli ex beni demaniali di epoca asburgica, vincolate all’uso pubblico ma con percorsi da riqualificare a carico dell’acquirente e la realizzazione di quello che l’architetto Bazzoffia ha chiamato il «giardino delle delizie», che nascerebbe recuperando l’area verde tra i bastioni Feltrin e Cantarane.

Ovvero la darsena che si trova sul retro della Caserma XXX Maggio, dove un tempo era collocato uno stabilimento ittiogenico: questa diventerebbe un’area verde a destinazione pubblica con una parte adibita a orto botanico, mentre l’altra potrebbe ospitare delle vasche con le specie ittiche del lago.

Progettualità da condividere non solo con la Soprintendenza ma anche con la proprietà (oggi Cassa depositi e prestiti) e con gli attuatori del progetto di valorizzazione turistico-ricettiva delle ex caserme XXX Maggio e La Rocca a tal proposito il Comune sta valutando un progetto di finanza presentato da Serenissima sgr spa.

«Le mura sono la nostra identità», ha commentato la sindaca Gaiulli, «siamo alla partenza di un progetto ambizioso per arrivare a ottenere i finanziamenti necessari per la loro valorizzazione e manutenzione. Essendo oggi patrimonio dell’umanità, abbiamo anche un dovere morale nei confronti di chi ci ha dato il riconoscimento». Punto su cui si è soffermato anche il soprintendente Magani: «È bello festeggiare un riconoscimento Unesco ed è triste quando lo si deve abbandonare, come accade se dopo un po’ di anni le amministrazioni non sono in grado di mantenere il passo per arrivare all’obiettivo che è insieme la conservazione del sito e la sua fruizione, prima di tutto da parte della comunità locale. La progettazione», ha concluso Magani, «deve essere condivisa con i residenti».

Katia Ferraro
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