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15.12.2017

Aggressione all’ex e compagno La condanna diventa definitiva

È il 17 maggio 2014 quando i carabinieri riscontrano le macchie di sangue sull’asfalto lasciate dalle vittime dopo l’aggressione di Ferdinand Gjeloshi davanti all’Ics di Peschiera
È il 17 maggio 2014 quando i carabinieri riscontrano le macchie di sangue sull’asfalto lasciate dalle vittime dopo l’aggressione di Ferdinand Gjeloshi davanti all’Ics di Peschiera

Giampaolo Chavan Per un processo per tentato omicidio che si chiude, se ne apre subito un altro con la stessa accusa per Ferdinand Gjeloshi. La Cassazione gli ha recentemente confermato la condanna a sette anni e quattro mesi, inflitta dalla corte d’appello di Venezia il 1. dicembre 2015. È finito nei guai dopo aver tentato di uccidere a Peschiera con tanto di cesoie e coltelli la sua ex moglie e il nuovo compagno rimasti feriti non in modo grave. Era il 17 maggio 2014. Poi, però, è emerso un altro episodio nel quale il quarantanovenne ha tentato di investire sempre il fidanzato della sua ex, Michele M. È accaduto nel marzo del 2014. E così si è aperto una seconda indagine e conseguentemente un altro processo a carico di Gjeloshi con tappa intermedia dal giudice di pace. In un primo momento, infatti, l’investimento era stato catalogato come il classico caso di lesioni colpose (sei giorni di prognosi) nel contesto di un incidente stradale. Poi, però, il giudice di pace ha ricostruito la situazione, hariscontrato le responsabilità di Gjeloshi nell’altro procedimento oramai già avviato e ha inviato il fascicolo in tribunale, riformulando l’accusa da lesioni colpose a tentato omicidio. E così ai primi di marzo del prossimo anno l’albanese dovrà presentarsi davanti al gup Luciano Gorra per rispondere di questo secondo episodio. Resta l’incognita, però, della sua detenzione. Attualmente l’albanese è in carcere a Montorio. Lo è dal 17 maggio 2014 quando fu arrestato poco dopo il tentato omicidio della coppia. Si trovava ancora nel piazzale del centro commerciale sulla tangenziale Europa quando arrivarono i carabinieri. Sono, quindi, già trascorsi tre anni e mezzo. Fatti alcuni approssimativi conti, potrebbe uscire tra sei mesi nel maggio del 2018 tra i benefici della liberazione anticipata e la buona condotta sempre mantenuta in carcere come riferisce il suo difensore. Potrebbe, quindi, presentarsi in stato di libertà nel proseguio dell’udienza preliminare nel quale, c’è da scommetterci, il suo legale, l’avvocato Antonio Invidia giocherà la carta della continuazione tra i due episodi nel tentativo di ridurre le conseguenze detentive per il suo assistito. Eppure le premesse non è che si presentino molto rosee per Gjeloshi. Nella sentenza della Cassazione, relativa all’episodio del 17 maggio 2014, viene evidenziato che «i mezzi utilizzati per eseguire l’aggressione» sono «d’indiscutibile portata offensiva». Poi i giudici di ultima istanza smontano una dopo l’altra le obiezioni della difesa che punta alla derubricazione del reato da tentato omicidio a lesioni: «Il gancio da traino di peso non indifferente la cesoia e il coltello a serramanico» sono strumenti che non sono riconducibili ad una sola «volizione di effetti lesivi». Anche la dinamica lascia poco spazio alla fantasia: c’è «un primo colpo inferto da tergo e al capo di M. (compagno dell’ex moglie ndr) con il gancio da traino e il secondo colpo di estrema violenza con lo stesso strumento sferrato al torace che provocava la contusione polmonare e la rottura della milza». Si tratta di condotte che documentano la volontà, sostengono in Cassazione, «di reiterare il gesto e l’insistenza di una spinta omicida attestata senza equivoci dal gesto successivo di colpire ancora M. all’addome con le cesoie di cui disponeva». Gjeloshi non ha portato a termine il suo piano solo grazie all’intervento di due passanti, poi diventati testimoni chiave nel processo, «che riuscivano a privare il Gjeloshi delle cesoie nella prima fase dell’aggressione verso il Melisse». Il loro intervento, però, non è stato sufficiente perchè il quarantanovenne proseguiva nella sua aggressione verso l’ex moglie «sferrando i fendenti con il coltello di cui ancora disponeva». Anche le tre coltellate inferti all’ex moglie rappresentano per i giudici capitolini, «la volontà di provocarne la morte» alla quale la donna si è sottratta, rannicchiandosi e ferendosi alla mano. La corte d’appello di Venezia nella sua sentenza «ha correttamente valorizzato i mezzi impiegati», «i distretti corporei attinti» e «la ferma volontà di reiterare i gesti offensivi prima in danno del M. e poi della sua ex moglie». Il ricorso in Cassazione è stato poi dichiarato , inamissibile, ed è stata così confermata la pena a sette anni e quattro mesi. In primo grado, Gjeloshi era stato condannato dal tribunale di Verona a 10 anni e otto mesi. Gjeloshi, infine, deve pagare anche 2.000 euro di spese, sostenute per il processo di Cassazione. •

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