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14.03.2019

Caso Falcieri, Funivia perde in Cassazione

La panoramica Funivia di Malcesine
La panoramica Funivia di Malcesine

Non è bastato un pezzo da novanta come l’avvocato e professore Pietro Ichino a rimettere in discussione il verdetto della Corte d’Appello che il 18 gennaio 2017 aveva decretato il reintegro dell’ex direttore generale di Atf Franco Falcieri nel posto di lavoro. Il ricorso avanti la Suprema Corte di Cassazione presentato dai legali Pietro Ichino, Giampaolo Perdonà e Guglielmo Burragato per conto di Atf è stato infatti rigettato dalla Corte a seguito dell’udienza dell’8 novembre 2018. La sentenza, pubblicata l’11 marzo, è stata pronunciata dal presidente Vittorio Nobile e dai consiglieri Laura Curcio, Fabrizia Garri, Antonella Pagetta e Margherita Maria Leone, relatrice. A rappresentare Franco Falcieri l’avvocato Aldo Campesan, domiciliato a Roma presso lo studio di Alessandro Galiena. La Corte di appello di Venezia aveva chiarito che il rapporto di lavoro dell’ingegner Falcieri era subordinato a tempo indeterminato, con conferimento triennale dell’ incarico di direttore e che il suo licenziamento del 5 novembre 2012 è stato discriminatorio, «in quanto determinato da vicende politiche di dialettica interna a un partito», ritenendo pretestuose le contestazioni mosse all’ingegnere e non idonee a giustificare il licenziamento stesso. Contro tale decisione, che adesso viene in toto riconfermata, l’Azienda trasporti funicolari di Malcesine ha proposto ricorso affidato a sei motivi, tutti giudicati dalla Corte inammissibili o infondati. Nel primo motivo è dedotta la violazione dell’articolo 3 della legge 108/90 e degli articoli 4 legge 606/66 e 15 legge 300/70 «per aver la corte territoriale frainteso il significato del licenziamento discriminatorio per motivi politici» (per la ricostruzione della vicenda vedi articolo in pagina). Nelle ragioni della sentenza, la Cassazione scrive: «Il motivo risulta inconferente oltre che inammissibile... Il giudice d’appello ha fondato il giudizio di illegittimità del recesso sia con riferimento alla presenza di ragioni discriminatorie nella scelta espulsiva che con riguardo alla pretestuosità delle contestazioni disciplinari volte a Falcieri, ritenute inidonee a giustificare il recesso». E ancora: «Si tratta all’evidenza di una duplice ragione posta a sostegno del decisum che, aggredita solo in parte dal motivo del ricorso (la natura discriminatoria), lascia l’altra intatta a sorreggerne la decisione. Già tale rilievo rende incongruente la doglianza, risulta altresì inammissibile poiché diretta a sanzionare una valutazione e qualificazione di merito dei fatti e delle circostanze di causa, incensurabile dinanzi al giudice di legittimità». Tra gli altri motivi del ricorso, il cinque e il sei affrontano l’omesso esame di fatti decisivi in merito alla valutazione sulla discriminatorietà per motivi politici e alla contestazione sull’inosservanza di regole procedurali per l’emissione di mandati di pagamento (riferimento agli articoli 360 1°co. n.5 c.p.c.). La Cassazione li tratta congiuntamente e li giudica «inammissibili in quanto non contengono l’esatta indicazione del dove e come i fatti ritenuti omessi siano entrati nel processo e dibattuti tra le parti, così come non contengono dimostrazione e prova della reale decisività degli stessi». La Corte di Cassazione dunque «rigetta il ricorso; condanna la ricorrente al pagamento delle spese processuali», per 5.200 euro oltre alle spese generali. LA REAZIONE. Soddisfatto l’ingegner Franco Falcieri, che nel frattempo ha avviato un’attività da libero professionista: «Ho dimostrato fino all’ultimo grado di giudizio la mia innocenza, la mia correttezza professionale e la mia integrità, ma anche la discriminazione subita». «L’allora presidente di Atf Stefano Passarini», ricorda Falcieri, «insieme al cda escluso Fernando Morando, mi licenziarono solo per dar corso a un disegno politico prestabilito già nell’estate 2012». E si rivolge all’Assemblea dei soci (Provincia, comune di Malcesine e Camera di Commercio): «Dovrà avviare l’azione di responsabilità nei confronti dei responsabili del mio licenziamento che ad oggi è costato ad Atf centinaia di migliaia di euro. Non è giusto che sia l’ente pubblico a pagare questa ingente spesa». Un appello anche a Corte dei Conti e Procura perché indaghino sul caso. Falcieri ricorda anche un ex collega: «L’ingegner Gianluca Ghirardi, che venne licenziato solo per il fatto che non si era adeguato al disegno politico. Ringrazio le persone come lui: un uomo e non un burattino». QUESTIONI APERTE. Sul piano giudiziario questa lunga vicenda non è ancora conclusa. Proprio oggi la giudice Cristina Angeletti del tribunale del lavoro di Verona dovrà esprimersi sul decreto ingiuntivo presentato dal legale di Falcieri (sempre Aldo Campesan) per il pagamento degli arretrati (oltre 380mila euro), relativi al periodo intercorso dal licenziamento del novembre 2012 alla reintegra avvenuta il 19 gennaio 2017. Reintegra sulla carta, con pagamento dello stipendio ma senza un reale ruolo operativo in azienda, dove peraltro il direttore generale c’è. Anche su questo aspetto, è intenzione dell’ingegner Falcieri depositare un ricorso a breve. Sempre davanti al giudice del lavoro di Verona è fissata udienza di primo grado il 10 aprile per un ricorso presentato dai legali di Atf e derivante dall’impugnazione del contratto e relativo alla richiesta di restituzione di somme ingiustamente percepite (poco più di 70mila euro). • © RIPRODUZIONE RISERVATA

Francesca Mazzola
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