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17.04.2018

Nozze d’oro per Malfer sempre fedele alle bisse

Claudio Malfer felice tra le sue amate bisse FOTO AMATO
Claudio Malfer felice tra le sue amate bisse FOTO AMATO

«Essere seri, avere grande forza di volontà e, soprattutto, forte passione e rispetto per gli altri. Perché senza rispetto ogni vittoria è finta». Parole di Claudio Malfer, 87 anni, gardesano doc, un pescatore di professione col lago nel cuore, tra i fondatori della Lega Bisse del Garda che, come specifica, «sovrintende e coordina tutte le bisse del lago e che, nel 2017, ha celebrato il Cinquantesimo». Mezzo secolo che ha sempre visto Malfer impegnato come vogatore e come maestro, poiché tanti hanno appreso da lui la tecnica della voga alla veneta o voga in piedi. Nato il 24 gennaio 1931, gli occhi di questo anziano signore, dal fare delicato e gentile, sono incredibilmente limpidi. Di un celeste chiaro che evoca il cielo di certe mattine sul lago. «Sono nato a Garda dove ho fatto le elementari», dice. «Ma non sono sempre vissuto qua perché poi andai a Milano, da una zia, per proseguire gli studi». Invece arrivò la guerra. «Nel 1943 a Milano cominciarono i primi bombardamenti e tornai a Garda». Non la considera un’opportunità persa. «I bambini sono affezionati al posto dove hanno la loro famiglia e io ero vicino al lago. Ma è stato comunque meglio così. Ho fatto quello che desideravo. A 13 anni ho iniziato a pescare». E ha continuato a farlo con il fratello Luigi, che ha 89 anni e con cui condivide oggi tanti momenti. «Pescare è sempre stata la mia passione anche se era dura: ci si alzava alle 3 o alle 4 e si andava avanti fino alle 15. Era durissima perché non c'erano i motori. Ma fu così che imparai a remare forte, perché si andava lontano, a pescare, anche dall'altra parte del lago». Poi venne il tempo della leva. «Iniziai a fare il militare a 23 anni nel Genio Pompieri a Legnago. Poi, siccome ero calciatore nel Garda, nel Genio Ferrovieri di Castel Maggiore, a Bologna. Ero in ufficio, che non è la “mia”, ma non facevo guardie e giocavo. Non segnavo tanto ma ero un buon centrocampista», sorride. Tutto sommato avrebbe potuto andare avanti anche lì. Invece no. Il suo destino segnava Garda. «Mi sono fermato perché qua si doveva lavorare». dice. E di nuovo in barca. A remare. A pescare. «Ma andava male si pescava poco e tornai a Milano in una pescheria. Era una gran bella città. Stavo in viale delle Rimembranze di Greco e, poi, sposatomi con Nerina, in un altro appartamento dove restammo 25 anni». Ora lei non c'è più. Non hanno avuto figli ed erano attaccatissimi. «Era una gran donna. Le volevo un bene infinito», dice con gli occhi che si riempiono di lacrime. Rientrato tornò a fare il pescatore. «Poi dovetti operarmi all'anca e quindi iniziai a lavorare in una pescheria dove sono andato anche fino a qualche tempo fa», aggiunge. Sempre col cuore nel lago. «Della pesca mi affascina tutto, soprattutto la libertà, la libertà di vedere lontano. Di sentirsi libero anche a livello lavorativo. Puoi pescare tre come dieci ore. Paga la libertà». Gran data fu il 1967. «La Lega bisse iniziò il Campionato Lega bisse del Garda. Io ero rematore e abbiamo vinto la Bandiera del Garda nel 1969, nel 1970 e 1971 con l'equipaggio della bissa “Garda”», racconta. Una bissa costruita a Malcesine, nello storico cantiere nautico Feltrinelli, come si legge in un testo dell'avvocato Marco Faraoni, di Garda, stampato su Le bisse del Garda 1967-2017. Anniversario del cinquantesimo» (progetto editoriale Marco Righettini presidente della Lega Bisse del Garda), dove Malfer è citato più volte. «Malfer prendeva il treno nel fine settimana, vogava e ripartiva la domenica sera», si legge. «Non era possibile fare allenamento come gli altri equipaggi che si allenavano tre-quattro volte la settimana, ma volontà, passione e tecnica di voga sostituivano quello che oggi si definisce training plurisettimanale». Continua Malfer: «Per tre anni di fila abbiamo vinto, mi facevano vincere la gran volontà, la tecnica di rematore e la forza personale acquisita pescando». È sempre rimasto nel giro delle bisse, com’è sottolineato anche nel libro di Faraoni: «Le bisse di tanti paesi devono proprio a Claudio la loro formazione». E lui aggiunge: «Ho remato per Peschiera, dove ho soprattutto insegnato ai giovani, a Sirmione, Cassone, Torri. Vogare fa stare tra la gente e l'insegnamento mi ha permesso di dare a tanti giovani la possibilità di impegnarsi nello sport, lontano da computer e telefonini, perché questo mondo è molto meno semplice di quello di una volta». Ricorda con emozione le trasferte: «Abbiamo partecipato alla Voga Longa, regata di imbarcazioni a remi “non competitiva” che si tiene a Venezia in maggio, dove si andava a livello dimostrativo». Nel volume è in una foto con Felice Gimondi quando fu accolto a Garda, da dove nel 1969 scattò il Giro d'Italia. Insomma, tante emozioni. «Ora è diverso», dice. «Faccio qualche partita al bar con gli amici, scendo in paese. È dura, ma l'età c'è e ci si fa l'abitudine. Mi manca la libertà che possedevo, che mia moglie ha sempre rispettato. Mi ha lasciato sempre fare quello che ho voluto: tra calcio e bisse ero sempre in giro. Mi diceva solo: “Vieni a casa presto”. Ma se si poteva andavamo insieme"». Di nuovo gli occhi gli si riempiono di lacrime: «Era venuta anche lei a Venezia». •

Barbara Bertasi
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