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domenica, 18 novembre 2018

Ex alcolista racconta: «Sono andata
a prendere ubriaca mia figlia a scuola»

La dipendenza dall’alcol: una piaga che coinvolge molte donne

Capelli castani, occhi verdi che brillano, viso da ragazzina, nonostante i 43 anni. E un sorriso grande che esprime quello che griderebbe a tutti: «L’unica cosa bella di questa bruttissima storia è esserne uscita, essere tornata alla vita, la vita che ho sempre amato prima di entrare in quella bolla annebbiata». La sensazione di stare sospesa in una bolla lontana dalla realtà, gliela dava l'alcol. «Una dipendenza da cui», racconta, «sono uscita da 851 giorni». Perché i giorni di liberazione dall'incubo della bottiglia all'Acat Baldo Garda (con sede a Garda e presieduto da Elena Tommasi) a cui Maria è iscritta, si contano. La sua è una delle testimonianze che si sono susseguite durante l’Interclub e Festa delle famiglie, organizzata dall'Acat Baldo Garda a Malcesine sul tema «Al club per superare il passato e progettare il futuro».

 

Dal 2016 lei frequenta il Club 592, di Castelnuovo del Garda, zona dove abita «Il Club è un punto di riferimento importante, sebbene sia l'autodisciplina la più grande forza contro le ricadute». Ricadute in cui lei non vuole incappare perché significherebbe perdere tutto il bene che si è voluta riconquistando il bello del vivere. «Racconto la mia storia quando me lo chiedono perché penso possa aiutare», racconta Maria. «Sono venuta sul lago nel 1999, nel 2004 mi sono sposata e nel 2006 è nata Sofia». È stato qui che ha iniziato ad apprezzare il vino. «Il prosecco», racconta. «Dopo la nascita di Sofia ce n'era sempre una bottiglia in frigo. Il mattino, con una mano preparavo il caffè e con l'altra mi versavo un bicchiere. Portando mia figlia a scuola e andando al lavoro mi fermavo per un prosecco al bar. Arrivai a tenere una bottiglietta in borsa». Il problema si ripercuoteva sull'umore. «Litigavo con mio marito perché avevo reazioni violente e aggressive, poi iniziarono gli incidenti stradali. Una volta finii contro un albero e distrussi la macchina ferendomi gravemente». Poi cominciarono gli «svenimenti». «La prima volta», racconta, «scivolai in casa. Mia figlia e mio marito mi trovarono in una pozza di sangue e passai la notte in pronto soccorso. Quindi svenni in una bar: i titolari chiamarono i datori di lavoro e fui licenziata. Non scorderò mai l'ultima volta che svenni in casa trovandomi con occhi e guance nere a sette giorni dalla Comunione di Sofia. Andai in chiesa bevuta. Il giorno dopo ero disfatta ma andai lo stesso a prendere Sofia a scuola dove dovettero sorreggermi in due. Una scena orribile».

 

Chiese al marito di portarla in ospedale. Fu ricoverata in gastroenterologia. «Mi fecero i vari controlli sollevandomi perché non avevo ancora danneggiato il mio corpo irreparabilmente», afferma. «Dopo sette giorni mi dimisero dandomi una pastiglia, che se assunta bevendo può anche provocare la morte, consigliandomi psicologo e Club. Ho dovuto ricominciare da capo», prosegue, «cambiare abitudini, affrontare la gente che mi aveva vista in stati indescrivibili, cercare lavoro. Mi sono separata. Ora mi sono ricostruita una casa, con la mia bambina che il mattino mi dà la pastiglia, felice che la prenda. Mi sento serena, orgogliosa, forte, lucida. Normale. Ho trovato nuovi interessi: sport, lettura, arte. E apprezzo quello che ho. Ho scoperto quanto è potente la forza mentale, l'autodisciplina. Vedo lo psicologo, vado al Club. Lì ci andrò sempre: è come una famiglia». Poi chiude: «Sono passati 851 giorni vissuti bene. Altro che paranoie, altro che annebbiamento mentale. Tutto è lontano. Sono felice». •