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14.01.2018

«Non è stato il mio petardo a far scoppiare l’incendio»

Sera di santa Lucia 2017: un incendio scoppiato in un parcheggio privato a Santa Maria porta alla morte di Gary, un marocchino che viveva di offerte e dormiva in un’auto scassata
Sera di santa Lucia 2017: un incendio scoppiato in un parcheggio privato a Santa Maria porta alla morte di Gary, un marocchino che viveva di offerte e dormiva in un’auto scassata

«Mi dispiace, mi dispiace, non volevo che andasse così». Il tredicenne di Zevio ripete come un mantra la frase, a chiunque lo avvicini. Il senso di colpa lo sta inghiottendo. Già da dicembre, quando superata la prima fase adrenalinica, ha realizzato che non ci sarebbe stato più appello, più possibilità di tornare indietro la sua vita è cambiata. Di certo lui non voleva ammazzare il clochard. Presumibilmente ha seguito l’amico più grande. L’unica figura «adulta» che lui aveva come riferimento. «Mi dispiace, mi dispiace, non doveva finire così. Ma non è stato il mio petardo a far scoppiare l’incendio, il mio petardo mi si è attaccato al dito, non c’entro io con questa storia finita male». All’inizio delle indagini, lui s’era praticamente addossato la colpa di tutto. Voleva difendere l’amico diciassettenne. Forse glielo aveva proprio suggerito lui: «Tu sei piccolo. A te non può succedere niente». L’altro giorno, il ragazzino ha parlato con alcuni adulti coinvolti nel caso a svariato titolo: avvocato di parte civile, rappresentante dell’associazione che tutela i parenti della vittima, Ahamed Fdid, detto Gary, 64 anni. Erano andati a casa sua per parlare con i genitori del ragazzino. Ma hanno scoperto che il ragazzino è abbandonato a sè stesso. Nella maggior parte del tempo vive con la nonna. La mamma lo segue per quello che può, il padre risulterebbe figura completamente assente. A scuola nessuno lo ha mai visto, non è mai andato a un colloquio. Il quadro familiare del ragazzino è completamente sfasciato e costellato di violenze. Non è una giustificazione per quello che ha fatto. Ma sarà fondamentale anche per il magistrato del Tribunale dei Minori, Cinzia Rossato, per arrivare alle conclusioni. In questi giorni verrà conferito l’incarico per l’autopsia sul cadavere carbonizzato. Finalmente sarà chiaro di cosa sia morto Fdil, che da tempo abitava in quell’auto, ma aveva chiesto una casa, aveva chiesto di essere messo da qualche parte «anche con le capre», aveva detto, pur di avere un riparo. Lui, che il nipote Salah ha descritto come un hippy, uno spirito libero che non voleva legami, adesso, che gli anni passavano, forse aveva bisogno di qualcosa di più stabile. Aveva bisogno, soprattutto che lo lasciassero in pace nella sua auto scassata, in quel parcheggio, libero di bersi vino scadente e di fumare sigarette nell’abitacolo senza finestrini. Perchè al di là di tutto, quello che inquieta e ancora, per quello che è dato conoscere non si capisce, è come abbia fatto a scoppiare un incendio così devastante da un petardo o da mozziconi abbandonati. Come sia stato possibile che l’abitacolo saturasse di fumo, considerato che i vetri dei finestrini non c’erano. Come sia stato possibile che l’uomo, seppur mezzo addormentato o assopito per l’alcol non sia stato in grado di uscire da quella trappola in fiamme, nonostante l’aiuto di Gino Capo. L’autopsia qualcosa potrà chiarire. Responsi utili semmai alla parte civile, che comunque difficilmente potrà essere risarcita, anche in considerazione della situazione economica dei due indagati. • A.V.

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