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06.12.2017

Milioni di euro e sblocco delle assunzioni a favore di chi unisce le forze

Riordino, razionalizzazione, riorganizzazione: queste le parola d’ordine, formalizzate con legge dello Stato nel 2012, che spingono perché i Comuni, soprattutto quelli più piccoli, si mettano assieme. Cinque anni fa scattò l’obbligo (seguito da proroghe su proroghe e non accompagnato da sanzioni per gli inadempienti) di associare le funzioni fondamentali dei Comuni sotto i cinquemila abitanti (fino a 3000 per i Comuni montani) attraverso unione di Comuni, convenzioni e consorzi. Oggi sono interessati a questi processi 271 dei 575 Comuni veneti e 46 Comuni veronesi per complessivi 115.143 abitanti. L’altra via per condividere, razionalizzare e contenere la spesa, perché questo è l’obiettivo del Governo condiviso anche dalla Regione, è la fusione dei Comuni: nel veronese, oltre ai due casi che a breve saranno sottoposti al giudizio delle rispettive popolazioni, stanno portando avanti iter di fusione anche Caprino veronese e Ferrara di Monte Baldo; San Pietro di Morubio con Isola Rizza e Roverchiara; Legnago assieme ad Angiari; Brenzone con San Zeno di Montagna e Ferrara di Monte Baldo. La Regione Veneto, che si appresta a ridefinire la normativa di competenza per attuare il riordino territoriale, ritiene l’istituto della fusione «una forma di riordino peculiare volta alla razionalizzazione dell’organizzazione istituzionale (quindi dei municipi, ndr) per contrastare l’eccessiva frammentazione del livello amministrativo comunale». Definisce la fusione: «Una grande occasione quando nasce da amministrazioni che di fatto condividono tradizioni, attività sociali, relazioni economiche, scuole, impianti sportivi, servizi pubblici». Nella realtà, e soprattutto il caso del possibile Comune Valdalpone lo conferma, non è sempre così: basta anche la sola contiguità geografica. Gli effetti dirompenti sulle casse dei Comuni sono però concreti: «Contributo straordinario statale per 10 anni pari al 50% dei trasferimenti statali ricevuti nel 2010 fino a un massimo di tre milioni, contributo straordinario regionale per tre anni, contributo regionale una tantum per riorganizzazione dei servizi del nuovo Comune fuso, priorità nell’assegnazione di risorse regionali, forme premiali come incentivi regionali, possibilità di congelare per cinque anni tariffe e tributi differenziati nei territori fusi», dicono le carte regionali. Al conto va aggiunto il turn over del 100% del personale, esclusione da vincoli di assunzioni a tempo determinato per i 5 anni successivi alla fusione, maggior peso politico, riorganizzazione del personale e realizzazione di economie di scala, esclusione da obblighi associativi, servizi uniformi per i cittadini. La Regione tra 2013 e 2016 ha investito per l’associazionismo tra Comuni 17.634.241,52 euro, 1,9 milioni solo in contributi straordinari e una tantum per quattro delle fusioni venete che sono già partite (la prima risale al 1994) e per il 2017 ha messo in campo altri 6.260.124,66 euro. Incentivi e risorse certe, dunque, che alcuni sindaci interpretano però come il prezzo dell’identità dei loro territori, identità che sentono minacciata e che non sono pronti a cedere. P.D.C.

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