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22.01.2018

Il minestrone degli alpini e le alette del Califfo: un must

Il ristoro del CaliffoIl ristoro degli alpini a Soave
Il ristoro del CaliffoIl ristoro degli alpini a Soave

Istituzionale il primo, abusivissimo il secondo ma le pietre miliari della Montefortiana, dal punto di vista enogastronomico, sono entrambe a Soave: ai piedi del castello scaligero, al crocevia tra i due percorsi di 14 e 20 chilometri, ci sono gli Alpini di Monteforte col loro leggendario minestrone, mentre un paio di chilometri più su, sui mille metri quadrati della «buca» tra le vigne di località Mondello, sventola la bandiera del Califfo. Sono le due facce della stessa medaglia, quella che ha metaforicamente al collo la Montefortiana per via della ricchezza e prelibatezza dei suoi ristori. Sotto il bilico su cui Angelo Micheletti e i suoi collaboratori mescolano 16 quintali di minestrone, c’è la solita folla: «Minestrone eccezionale, con 3 zeta e 4 c», dice Ernesto Nogara, marciatore di Castelcerino che indossa il giaccone dell’Associazione podistica marciatori marliesi (Lucca). Con lui gli amici Paolo Aldighieri e Giorgio Lunardi, entrambi di Montecchia: «Abbonati ai 20 chilometri», spiegano e si lanciano nell’analisi del minestrone, «assolutamente più buono del solito, più ricco di verdure». Merito, forse, della mitizzata carota fornita (con condimento di doppi sensi) da tale Gigi Zen (primo soprannome), Moe (secondo soprannome) che è noto all’angrafe come Luigi Zenaro. È uno dei collaboratori dello staff alpino coordinato dal capogruppo Massimo Fedele. Pure Ruggero e Andrea Tadducci, padre e figlio podisti di Marlia, lodano il minestrone e la Montefortiana: «Una marcia simile a gennaio è diventata prima una tradizione e poi un punto di riferimento per il podismo». Al giudizio sul minestrone si unisce anche il veterano Giulio Cestonato, 43 Montefortiane alle spalle: «Buonissimo, più languido del solito». A tirar su lo spirito, soprattutto se poi vuoi ascendere i colli e portarti dal Califfo, ci pensa dell’ottimo brulè. E dunque via, di nuovo in marcia: scarpinata in salita ma a un certo punto il languore si fa sentire, è il profumo di alette dorate che sfrigolano su un braciere immenso: le colpevoli sono loro, le alette di pollo messe a disposizione a quintalate da Giuseppe Persegato, uno degli storici fornitori del ristoro del Paciani prima (dal 1986 al 2015) e del Califfo. Paciani è il nome che proprio i podisti appiopparono per quasi trent’anni a Roberto Elponti e alla sua corte è cresciuto Franco Adami, promosso Califfo da tre anni. La formula del ristoro abusivo è la sempre la stessa: 600 chili di alette (cotte nel forno del panificio Zambaldo che mette pure a disposizione una montagna di pane), 110 chili di mortadelle, 250 chili di polenta, due quintali di vino Soave, 100 chili di polli e un tot di panettoni messi a disposizione dall’organizzazione della Montefortiana (di fatto legittimando il super ristoro abusivo). Con tanta esperienza (questi numeri e la folla che spinge al bancone) i 20 volontari del ristoro si sono ingegnati: è stato creato così, su progetto di Giuseppe Pasini, «El brasar del Califfo», un braciere lungo cinque metri alimentato da due focolari con diametro di 100 e 120 centimetri. Altri si sono inventati un comodissimo affettapolenta. I primi ad arrivarci? «Alle 8 ma non podisti: gente che sapeva che eravamo qua ed è venuta a mangiare. Noi siamo abusivi democratici», garantisce il Califfo, «e gli abbiamo detto buon appetito!». • P.D.C.

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