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10.01.2019

Fa l’ Erasmus+ in Lettonia e scopre di essere la prima

Sceglie la Lettonia per l’Erasmus+ con cui chiudere il corso di studi in Scienze infermieristiche e scopre di essere la prima studentessa europea - e italiana - a farlo. Il primato è di Lisa Tessari, ventitreenne di Monteforte d’Alpone che il 4 dicembre si è laureata con una tesi sui progetti Erasmus all’università di Verona. «Avevo scelto il Paul Stradiàš clinical university hospital allettata dalla passione che nutro per la cultura russa e poi perché ho sempre saputo che la facoltà di medicina di Riga è considerata una facoltà top. Le difficoltà non sono mancate», spiega Tessari, «anche perché ho davvero fatto la cavia. Ma questo l’ho scoperto solo dopo un po’». Di essere stata la studentessa del doppio primato l’ha appreso solo verso la fine delle 12 trascorse all’ospedale universitario di Riga: «Solo in quel momento ho capito le difficoltà che ho vissuto», aggiunge. Contrariamente a quanto accade con esperienze simili, quando i tirocini si limitano a tre in altrettanti reparti, Lisa Tessari ne ha conosciuti dodici: «Ogni lunedì ricominciavo daccapo, presentandomi all’équipe del reparto di assegnazione, spiegando cosa ero in grado di fare e modulandomi con l’attività del reparto. E ogni giorno, assegnata ogni giorno a un infermiere tutor diverso, ricominciavo dall’inizio», racconta. Esperienza stressante, ammette, «ma preziosa perché ho avuto la possibilità di lavorare in molti reparti, partecipare a uno screening dei tumori della pelle in treno, e cambiare idea». Tessari pensava di non voler occuparsi di bambini: «Invece ho lavorato in terapia intensiva pediatrica e in chirurgia pediatrica e ho scoperto un mondo da cui scappavo. Adesso lo vedo in quest’area, o in sala operatoria oppure terapia intensiva il mio futuro», riflette. Ad entusiasmarla anche la possibilità di essere nello staff di anestesia in occasione di un intervento chirurgico con équipe internazionale: «Per una bimba con un problema respiratorio sono stati fatti arrivare chirurghi scozzesi. Lavorare in un contesto così è stato stimolante... e tutti parlavano inglese». L’elemento critico dell’esperienza è stata la lingua: «Difficile capirsi se parli inglese e i pazienti lettone o russo. Avevo imparato qualche parola, ma ho scoperto che in questo mestiere la prima cosa è imparare ad approcciarti al paziente». La sua parola d’ordine in corsia è empatia e sempre a Riga ha avuto modo di sperimentarla fortemente con un paziente non vedente: «Avevamo davanti ostacoli che sembravano insormontabili, la lingua e la cecità, ma ciò nonostante abbiamo trovato un linguaggio comune», racconta. L’ha portata a casa anche così la lezione che ritiene più importante, «e cioè che il dolore è lo stesso in ogni luogo. Il sostegno e lo sforzo richiesto in questa professione, un mestiere che ti fa apprezzare ogni giorno la vita e ciò che hai, è universale». La sua esperienza farà scuola perché proprio a lei è stato chiesto di analizzare il suo Erasmus+ con un report sul quale l’ospedale e l’università costruiranno i prossimi programmi a misura di studente. Ora si gode il riposo ma la valigia non l’ha messa in soffitta: «Voglio fare un master all’estero e poi anche cercare lavoro». Un altro cervello in fuga? «No», chiarisce, «voglio portare in Italia tutte le mie esperienze». •

P.D.C.
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