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06.12.2017

Comuni al voto, la fusione diventa terreno di scontro

Da sinistra i sindaci Albertini e Turri, l’assessore Forcolin, i sindaci Lovato e Marcazzan
Da sinistra i sindaci Albertini e Turri, l’assessore Forcolin, i sindaci Lovato e Marcazzan

Paola Dalli Cani La Regione convoca i sindaci di 14 Comuni veneti che tra 17 dicembre e 21 gennaio proporranno ai cittadini, con il referendum, sei progetti di fusione amministrativa, ma ad imporsi è il malcontento veronese: tolto il sì deciso di Roberto Turri, sindaco di Roncà (Comune che dovrebbe fondersi con San Giovanni Ilarione), e tolto il silenzio di Alessio Albertini (sindaco di Belfiore, Comune che dovrebbe fondersi con Caldiero), ad attaccare con le critiche sono gli altri due sindaci, cioè Luciano Marcazzan (San Giovanni Ilarione) e Marcello Lovato (Caldiero). Entrambi si sono insediati a giugno e la fusione se la sono trovata ad iter iniziato dai predecessori: Marcazzan il suo «no fusione» l’aveva scritto sui volantini elettorali, Lovato ha scelto e mantenuto una posizione equidistante. Basta questo a spiegare il conflitto generatosi in Val d’Alpone e il tepore che si sente invece in zona termale. Marcazzan ha chiesto con forza che la politica stia fuori dai progetti di fusione e che questi vengano preceduti da convenzioni preliminari, «per ridurre l’impatto sui cittadini e agevolare l’armonizzazione tra gli enti che intendono fondersi». Ancora, ha chiesto «obbligo per chi nutre progetti di fusione di inserire il tema nei programmi elettorali, l’obbligo del quorum per il referendum al 50 per cento in modo che non si vada a fusione anche se in uno dei comuni la maggioranza dei cittadini dice no». Uno dei dirigenti regionali presenti all’incontro chiarisce che in questa eventualità sarebbe il Consiglio regionale ad assumersi la responsabilità di decidere, ma Marcazzan insiste: «Chi tirava la giacca prima può farlo anche dopo». Tutto illogico per Marcazzan, che chiama la fusione annessione, conquista, invasione e solleva il timore di perdere la classificazione di comune montano; preoccupato poi del caos legato al fatto che il registro immobiliare di San Giovanni è a Vicenza e quello di Roncà a Verona e del fatto che vi sarà un eventuale lungo commissariamento dopo il referendum, senza indennità di carica per il sindaco. Turri, dal canto suo, ha difeso il percorso avviato nel 2014: «È importante per il territorio, non inserito nel programma esattamente come è stato per qualche strada, messo in campo quando ho capito che era importante unire le forze in un territorio che negli anni ha condiviso moltissime cose e che proprio attraverso la fusione supererebbe la divisione». Poi, riguardo le osservazioni di Marcazzan, Turri tranquillizza sul mantenimento della classificazione montana; indica il trasloco del registro immobiliare a Verona; definisce «difficili da immaginare» tempi lunghi per le nuove elezioni. Turri va avanti: «Questo treno passa oggi ma non domani». Anche Lovato ha fatto qualche appunto, ricordando anche le colpe della politica regionale che bloccò il progetto un anno fa, e ha chiesto a gran voce: «Non si strumentalizzino questi temi. Dovrebbe essere previsto che progetti così importanti, che partono dal territorio, si concludano durante la legislatura di chi li ha proposti perché diversamente diventano motivo di scontro. La Regione dovrebbe favorire le affinità oppure creare contesti culturali per farle nascere: un percorso di unità prefusione ci deve essere». «Al di là di questo», ha concluso, «tenuto conto che per noi la fusione non è una necessità, ritengo fondamentale dare la possibilità al cittadino di scegliere». Sullo stesso tema punta anche l’assessore regionale Gianluca Forcolin, che ha convocato i sindaci: «Al di là delle beghe di territorio credo sia importante dare la voce al cittadino, è lui l’arbitro: se è culturalmente pronto, se ci sono le condizioni per fare lo dirà il cittadino». Poi un inciso «personale e non istituzionale», dice, in replica a Marcazzan: «Quando uno si mette a disposizione lo fa indipendentemente dall’indennità». •

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