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17.12.2017

La storia delle campane è cronaca di tutti i giorni

La campane del campanile di Arcole che crollò la mattina del 15 ottobre 1950 senza causare vittime
La campane del campanile di Arcole che crollò la mattina del 15 ottobre 1950 senza causare vittime

«Campanili, campane e campanari dell’Est veronese» è la mostra che si apre oggi nelle due sale delle feste di Palazzo del Capitano a Soave. Durerà fino a sabato 6 gennaio, inserita nel percorso «Soave, il paese dei presepi» e curata e realizzato dallo storico e scrittore Ernesto Santi che ha voluto interpretare e valorizzare un patrimonio che, per il mutare della mentalità e del costume, si sta sempre più emarginando. Eppure i campanili un tempo erano il cuore delle comunità. «Campanili e campane letteralmente scandivano la vita della nostra gente», evidenzia Santi, «ne davano il ritmo e ne sottolineavano gli eventi quotidiani e le ricorrenze. L’intento espositivo è ridestarne la memoria e porne in luce un’esistenza sempre più precaria: si tratta spesso di strutture antiche, bisognose di interventi, dimenticate in taluni casi». «Ma si vuole anche definirne l’approccio religioto, determinava la vita della comunità religiosa e per tanti aspetti civile, proprio perché i campanili avevano un ruolo fondamentale», aggiunge il curatore. La mostra propone sei itinerari, abbracciando tutto l’Est veronese, per un totale di 24 comuni e un centinaio di comunità grandi e piccole. Un mondo variegato e straordinario, basti pensare alle squadre campanarie, che ancor oggi sono in attività in molte parrocchie e alle gare campanarie, ma anche ai concerti di bronzi nelle diverse festività dell’anno liturgico e ai rintocchi quotidiani dell’alba, del mezzogiorno, del vespro, delle ricorrenze inusuali e del vissuto, quali matrimoni, nascite e funerali. Ancor oggi il primo segnale di un fatto luttuoso in una comunità è dato dalla campana a morto. NELLA PRIMA SALA delle feste, è stato realizzato un percorso lungo l’intero Est veronese, dalle vallate dell’Illasi, dell’ Alpone, all'area della Via Postumia, quella medioatesina e all'Adige–Guà, ossia il Colognese, tenendo conto dei campanili, delle campane, dei campanari, del sistema veronese di suonare e della tecnica costruttiva. Nella seconda saletta invece viene posta in evidenza la caduta del campanile di Arcole e la sua ricostruzione per dimostrare come proprio l’erezione del nuovo manufatto abbia coinvolto l’intera popolazione e si sia dimostrata motivo di orgoglio e di riscatto. Da ultima, è presentata la figura di monsignor Giuseppe Maggio (1866-1930) che ebbe un ruolo significativo nella cultura musicale sacra veronese, a cavallo tra Otto e Novecento, e che scrisse anche partiture per concerti campanari. Le campane e i campanili hanno da sempre rappresentato una località, un luogo, come simbolo di un popolo che vi si sente aggregato e che rivendica le proprie radici in questa struttura, che è materiale ed ideale insieme. «Il termine campanilismo, infatti, non nasce a caso», puntualizza Santi: «campanili come quello di Monteforte, Tregnago, Monte di Colognola, Arcole, Albaredo, Villanova, San Bonifacio, Lavagno e Cologna Veneta, non lasciano indifferenti e rappresentano spesso, nelle riproduzioni fotografiche, le singole comunità». «La mostra», conclude lo storico, «riconosce il valore intrinseco di molti campanili e la necessità della loro valorizzazione. Sovente sono vere e proprie opere d’arte e hanno incorporati al loro interno reperti di valore storico e artistico, ignoti ai più». • Z.M.

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