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28.01.2018

Elodia arrestata in ciabatte all’alba L’abiura la salva

Un rastrellamento in Italia a opera dei nazisti. Dopo le leggi razziali, nel 1938, gli ebrei corrono ancor più pericoliPiero Masnovo sui luoghi un tempo abitati dagli ebrei  FOTO AMATO
Un rastrellamento in Italia a opera dei nazisti. Dopo le leggi razziali, nel 1938, gli ebrei corrono ancor più pericoliPiero Masnovo sui luoghi un tempo abitati dagli ebrei FOTO AMATO

Zeno Martini A volte nella memoria delle persone, riaffiorano ricordi che sembravano caduti nell’oblio. Poi riaffiora uno spunto, un fatto mai raccontato prima. Incrociando i ricordi di uno con quelli di altre persone, si riesce così a ricucire e a ricostruire vere e proprie pagine di storia, taciute fino a oggi, quasi rimaste chiuse in un cassetto dei ricordi, di cui si era persa apparentemente la chiave. Ma se un bel giorno la chiave si ritrova, allora il cassetto si riapre e rispunta la storia. È ciò che è accaduto a Pietro Masnovo e Annalisa Mancini, conosciuti a Soave. I due hanno sognato negli stessi giorni, lo stesso episodio. Si sono così confrontati e hanno deciso di raccontarlo «prima che il Padre Eterno si ricordi di me», dice Masnovo, memoria storica e ricercatore di immagini e foto d’epoca di Soave, di 84 anni. INCURSIONE ALL’ALBA «Ero bambino, avevo dieci anni, nella primavera del 1943», racconta, «mi svegliò mio padre di soprassalto: era mattino presto. Mi affacciai alla finestra della mia camera e vidi una ventina di uomini della polizia politica fascista accerchiare con le armi la banca in piazza Mercato dei Grani, la Cassa di risparmio di Soave. Subito salirono al primo piano dell’appartamento sopra la banca e catturarono una donna, la moglie del direttore dell’istituto di credito soavese Guglielmo Talamini». Era Elodia Levi Minzi. era ebrea. Fu presa e portata a Verona. «Io andavo all’asilo ed ero molto amica della figlia della signora Elodia», ricorda Annalisa Mancini, presidente della confraternita Imperial castellania di Suavia. «Elodia venne presa e portata via in ciabatte. La figlia più piccola venne ospitata in casa mia, la sorella più grande andò dalle sue zie». Masnovo ha fatto in seguito una ricerca approfondita su quell’arresto. L’unico fatto di quel tipo compiuto dai fascisti in paese proprio in quella che dal medioevo si chiama Contrada degli Ebrei, ossia il ghetto ebraico di Soave. Pietro ha scovato nell'archivio parrocchiale, il certificato di matrimonio della signora Levi Minzi con Talamini. L’ATTO DI ABIURA Assieme alla trascrizione del certificato di matrimonio, viene allegato l’atto di abiura della religione ebraica da parte della signora Elodia. «Altrimenti non si sarebbe potuta sposare in chiesa come cristiana cattolica con Talamini», assicura Masnovo, «quindi, a tutti gli effetti, Elodia non era più di confessione ebraica». Le sue origini sì e tanto era bastato per far scattare nei giorni della deportazione in massa degli ebrei italiani, anche la retata a Soave, per catturare la signora Talamini. «Restò via dal paese alcuni giorni. Poi si seppe che era sul punto di essere caricata sui carri bestiame ferroviari destinati ai campi di sterminio». Ma su quel treno, Elodia non ci salì mai. Anzi, fece ritorno a Soave, dove rimase con la famiglia, le due figlie e il marito, fino al trasferimento di sede del direttore Talamini, avvenuto nel 1949. IL COLONNELLO GIONA Questo grazie al colonnello Eugenio Giona. «Abitava a pochi passi dalla famiglia Talamini, di fronte alla chiesa», continuano all’unisono Masnovo e Mancini. «Mentre la signora Elodia veniva interrogata dalla milizia fascista, il colonnello Giona intervenne, dimostrando che la signora Talamini aveva fatto atto di abiura della religione ebraica, proprio per essersi sposata con un cristiano». ELODIA È SALVA Non sempre quest’atto era sufficiente per scampare alla deportazione. Ma stavolta, l’influente militare di carriera, che di lì a poco sarebbe diventato generale, ottenne la liberazione della donna. «Il colonnello Giona, che divenne commissario prefettizio del Comune di Soave, subito dopo la Liberazione, nominato dal Comitato di liberazione nazionale, deve essere ricordato per aver salvato da morte certa la signora Elodia», sottolineano i due testimoni oculari. Pochi mesi dopo, furono catturati dai nazifascisti Giuseppe Garribba e il parroco di Soave, monsignor Lodovico Aldrighetti, entrambi in seguito deportati. «C’era il terrore in paese in quelle settimane», conclude Mancini. Questo non fermò, però, la generosità di qualcuno che si affaccendò per salvare chi era in pericolo. E così anche Soave annovera un piccolo Perlasca, che fece evitare la deportazione ormai scritta a una donna del paese. E forse anche altri soavesi riuscirono a sfuggire alla cattura o riuscirono a tornare dal campo di sterminio, come don Aldrighetti, grazie a chi non si conformò, sebbene indossasse una divisa, al nazifascismo. Eroi silenti, man mano, però, rispolverati. •

Zeno Martini
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