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domenica, 23 settembre 2018

Don Giusto, il prete della chiesa sempre in ordine

Frammento di un testo di don Giusto conservato a SoaveDon Giustiniano Scrinzi sul suo libro «Il Vangelo in famiglia» scritto dopo un viaggio in Palestina

Il 26 settembre ricorrerà il centenario della scomparsa di don Giustiniano Scrinzi (1844-1918), prete oggi poco conosciuto, ma che ha avuto un ruolo rilevante nel periodo in cui visse a Soave, ovvero dal 1891 alla morte. Don Scrinzi, che abitò nell’omonima villa di famiglia, in via Castello Scaligero assieme al fratello, di fronte alla chiesa di Santa Maria dei Padri Domenicani, ha lasciato un’eredità di memorie, scritti, opere edite e inedite che possono essere ancora consultati. È sua, per esempio, l’unica raccolta poetica scritta da don Pietro Zenari, parroco di Caldiero, in arte Matìo Zocaro. Don Zenari era soavese di nascita e fu un amico fraterno per don Giusto, com’era chiamato affettuosamente dai familiari e dagli amici. Fu proprio don Scrinzi a scrivere il ritratto biografico e a raccogliere i versi più significativi di don Zenari, riconoscendone il talento. È sua pure la recensione sul «Castello di Soave», l’opera di Giulio Camuzzoni sul restauro ottocentesco che venne condotto dal proprietario. Giustiniano «Giusto» Scrinzi nacque a Venezia il 28 agosto 1844, figlio di una famiglia illustre. Ancora giovanetto, palesò una singolare passione: il decoro della Casa di Dio. Fu ordinato sacerdote il 19 settembre del 1868. Dimostrò da subito l’indole, l’ingegno, una loquela vivace e una cultura sacra e profana completa. Così si dedicò subito alla predicazione, acquistandosi in breve fama di valente oratore e predicatore: era ripetutamente chiamato nei centri principali del Veneto, della Lombardia, del Piemonte, della Liguria, della Toscana, dell’Abruzzo, e anche della Venezia Giulia come predicatore. Godette l’affetto e la stima di molti vescovi. Nel 1895, lasciò la città nativa e andò ad abitare a Soave assieme al fratello, il cavalier Giovanni Scrinzi. L’ALLORE VESCOVO di Verona, il cardinale Luigi di Canossa, lo apprezzò da subito e lo incardinò nel suo clero, anzi defini l’arrivo di Scrinzi «una benedizione del cielo». Gli abitanti di Soave non tardarono ad accorgersi dell’acquisto prezioso. Don Giusto, come popolarmente era chiamato, diventò e ricoprì le cariche di presidente della Congregazione di Carità, direttore delle Scuole di disegno, presidente dell’asilo d’infanzia Principe di Napoli e fabbriciere della chiesa parrocchiale di San Lorenzo. Fu un generoso e silenzioso distributore di opere caritatevoli e pagò di tasca propria alcune opere per il decoro liturgico. A sue spese fece abbellire l’altare maggiore della chiesa parrocchiale, fece lavorare e intagliare le decorazioni in legno dell’altare dal celebre cavalier Zago, artigiano. Procurò e commissionò un’artistica vetrata a colori, chiamata «La romana» per le feste più solenni e un ricchissimo paramento di seta con ricami a fiori, che indossava nelle solennità. Poi comprò canopei di seta e d’oro, tovaglie per gli altari e ogni sorta di biancheria sacra. A volere ornato il tempio di Dio, lo spingeva quella sua tenera devozione al Santissimo Sacramento, dinanzi al quale lo si vedeva spesso raccolto in preghiera. Per questa devozione, volle che il tabernacolo fosse sempre lindo e pulito, fornito di candele, lampade e fiori. Ugualmente si mostrò munifico per l’ospedale del paese, sia nell’abbellimento dell’ annessa cappella, sia nei restauri del fabbricato ottocentesco, aiutato in questo anche dal fratello Giovanni. Il busto di don Giustiniano, benefattore dell’ospedale San Giovanni Battista, si trova ancora all’interno del nosocomio, in assoluta rovina. Don Giusto pensò anche ai giovani e per loro predispose il locale parrocchiale dove creò la scuola di disegno e non dimenticò altre opere di beneficenza; prima di ogni altra promosse le missioni parrocchiali. La sua vita a Soave si compendia in tre parole: preghiera, studio e predicazione. UMILE e buono, affabile con qualunque persona, non si ricusava, per quanto poteva, alle fatiche del confessionale, all’assistenza nelle funzioni religiose di Fittà, Costeggiola e Castelcerino. Fu padre e amico di tutti, cortese e ospitale anche verso chi lo apprezzava meno, se pur non ebbe nemici, perché in paese lo rispettavano tutti. A dire il vero, nei suoi primi anni di sacerdozio ebbe alcuni dispiaceri per qualche opinione non condivisa dai più, soprattutto dai superiori, ad esempio per quel che concerne la situazione geopolitica: c’era ancora il dominio asburgico nel Veneto peril quale parteggiava la Chiesa ufficiale, mentre lui, così come l’amico don Zenari, era a favore del nuovo regno dei Savoia. La Grande guerra, dopo il disastro sulla linea del Piave del 1917, lo privò dei suoi principali possedimenti terrieri. Non si turbò per questo, citando Giobbe: «Dominus dedit, Dominus abstulis… sit nomen Domini Benedictum» (il Signiore ha dato, il Signore toglie, sia benedetto il nome del Signore). Sebbene rimase quasi senza sostanze immobiliari, la sua biblioteca divenne fornitissima: raccolse quanto di meglio veniva pubblicato al tempo per le scienze sacre, la teologia, la filosofia e anche per la letteratura. Basti pensare che donò circa 10 mila volumi a un suo amico sacerdote di Roma. Dunque, chissà quanti ne possedeva. Fu persino decorato della Croce dei santi Cirillo e Metodio. Morì a 73 anni. I funerali solenni nella chiesa di Soave attestarono di quale stima fosse circondato in vita e di quale gratitudine lo si ricompensò da morto: un lunghissimo corteo di confratelli sacerdoti e di amici con le rappresentanze del Comune di Soave e di tutte le associazioni cattoliche, sociali e politiche accompagnò il feretro. AL NIPOTE AVVOCATO Giovanni lasciò la sua eredità di beni, mentre i suoi risparmi servirono per mantenere gli studi di un novello sacerdote. Fornì anche il necessario anche per una suora indigente che era in servizio all’ospitale soavese. Invece ai poveri del paese vennero regalati i suoi indumenti personali. •