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20.11.2018

Lanzafame sospeso dall’albo dei medici

Il giudice Raffaele Ferraro
Il giudice Raffaele Ferraro

Alfio Lanzafame, 79 anni, ha riacquistato la libertà anche se un po’ azzoppata dopo due mesi e venti giorni di carcerazione preventiva. Il gip Raffaele Ferraro ha disposto per il settantanovenne l’obbligo di dimora nel Comune di San Bonifacio alla luce anche degli esiti dell’indagine condotta dalla Guardia di finanza. Il medico, inoltre, dovrà presentarsi quattro giorni alla settimana dalle 16 alle 16.30 dai carabinieri di San Bonifacio. La scelta di una misura cautelare più lieve è originata anche dalla sospensione dall’albo del medico ora sotto inchiesta. Non potrà così commettere un reato simile a quelli per i quali è finito nei guai alla luce dell’impossibilità ora di partecipare alle commissioni mediche come sottolinea il suo legale, l’avvocato Francesco Delaini. Il medico è finito con altri sei indagati sotto inchiesta con le accuse di corruzione, falso in atto pubblico e truffa. In pratica, sostiene l’accusa, avrebbe messo in piedi un «sistema» con il quale era riuscito a far ottenere a chi non ne aveva diritto pensioni d’invalidità e accompagnatorie dell’Inps. Per gestire questo «sistema», sostiene anche il gip Ferraro, Lanzafame si era avvalso della collaborazione di due dipendenti dell’Istituto di previdenza, Paolo Sabaini e Antonio Bova. Nell’inchiesta è finito anche il finanziere Antonio Reina, difeso da Nicola Avanzi perchè avrebbe prodotto falsi certificati medici alle Fiamme Gialle, usando il timbro di un collega di Lanzafame che ne avrebbe, a parere dell’accusa, anche contraffatto la firma. Al cinquantacinquenne, però, il tribunale del riesame di Venezia ha revocato gli arresti domiciliari già in settembre. Nei guai sono finiti anche Teresa Bari, 68 anni e Pierluigi Menegazzi, 60, considerati dall’accusa come mediatori tra i pazienti e Lanzafame. Nell’ordinanza sull’alleggerimento della misura cautelare di Lanzafame, il gip ribadisce che continuano ad esserci i gravi indizi di colpevolezza a carico del medico di San Bonifacio. Resta anche il pericolo di recidiva «considerate le caratteristiche dell’attività illecita, posta in essere e costituente», ribadisce il giudice, «un sistema illecito sia fraudolento che corruttivo». La nuova misura cautelare, spiega il giudice, è originata dal venir meno del pericolo d’inquinamento delle prove in questo ultimo periodo. Ci sono, infatti, le parziali ammissioni rese dallo stesso Lanzafame, sottolinea il giudice, e da altri indagati durante gli interrogatori di garanzia. A completare il nuovo quadro «cautelare» anche il periodo di detenzione sofferto tra arresti in cella e ai domiciliari, pari a due mesi e venti giorni e le sue non buone condizioni di salute. E proprio ai malanni di Lanzafame, si è rifatto il suo difensore, l’avvocato Delaini, nella sua istanza di rimessione in libertà. Il legale ha ricordato innanzitutto come Lanzafame prima come uomo e poi come medico è molto ben voluto dalla cittadinanza di San Bonifacio. Delaini poi contesta le risultanze probatorie raccolte dalla Guardia di finanza, coordinata dal pm Maria Beatrice Zanotti, parlando di «dubbio valore colpevolista», riferendosi alle intercettazioni telefoniche. Per il legale, i colloqui sono stati molto enfatizzati dagli investigatori. La difesa poi contesta la scelta di portare in carcere Lanzafame, arrivando a parlare di «inaudita severità». Nell’ inchiesta della finanza di Soave, non è mai emersa la circolazione di danaro ma i pagamenti sarebbero stati fatti con cassette di frutta e con bottiglie di vino. Spunta poi un viaggio in Russia che il medico indagato aveva programmato con la moglie proprio nei giorni in cui è stato arrestato. Il pericolo di fuga, ha sottolineato Delaini, non è mai stato contestato nell’ordinanza di custodia cautelare. «E allora, perchè arrestare Lanzafame?», è la conclusione del legale. Ora si aspettano le ultime mosse della procura rivolte a decidere i futuri scenari dell’inchiesta della finanza. •

Giampaolo Chavan
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