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30.11.2017

Il giorno dopo la rissa «Qui abbiamo paura»

I rilievi dei carabinieri  davanti al locale fuori dal quale è avvenuta la rissa FOTO PECORA
I rilievi dei carabinieri davanti al locale fuori dal quale è avvenuta la rissa FOTO PECORA

Paola Dalli Cani «La gente non ne può più», diciamo al sindaco di San Bonifacio dopo la rissa sfociata nel sangue l’altra sera fuori dal kebab di via della Libertà: e lui, Giampaolo Provoli non usa giri di parole: «Mi unisco al malcontento e soprattutto non ci sto a che San Bonifacio stavolta sia stata la piazza della resa dei conti. Non siamo abituati e non vogliamo abituarci». Di questo, a sentire Provoli, l’altra sera si è trattato e l’antefatto sarebbe la rissa, pure finita nel sangue e sempre col ferimento di una persona con una bottiglia rotta, consumatasi a Gazzolo giovedì. Stesso gruppo etnico, cioè persone originarie del Marocco, stessa modalità: difficile non vedere una relazione tra i due fatti e il sindaco, nel formalizzarla, fa capire di saperne qualcosa. Provoli parla di contese per il controllo del territorio, di «stessi gruppi», e il riferimento al mercato della droga (ipotesi che in realtà corre sulla bocca di molti in paese) sembra una conclusione logica. La materia resta di competenza delle forze dell’ordine impegnate nell’accertamento dei fatti, ma c’è anche altro ad avvalorare la tesi di Provoli. Il riferimento è ai problemi di ordine pubblico e degrado che interessano la stazione ferroviaria e la zona circostante, altro punto critico del paese. Se ne lamenta la gente, e Provoli conferma: «Da qualche settimana la saletta di attesa è chiusa, grazie alla Polfer, dalle 23 alle 6: qualche problema è stato risolto, ma rimangono bivacchi notturni alla biglietteria. Quel che mi fa pensare è il continuo stringersi di mani tra chi staziona lì e chi ci arriva e se ne va». «Per questa ragione», dice Provoli ipotizzando il passaggio di sostanze stupefacenti, «ho chiesto a carabinieri e Guardia di finanza controlli quotidiani». Tre giorni fa è stato predisposto un intervento con i cani molecolari, ieri pomeriggio le Fiamme gialle erano in stazione. A sentire i cittadini, quello che salta fuori è il quadro di un paese che si sente ostaggio: nessuno vuol parlare mettendoci la faccia. «Questa è gente pericolosa: una sola volta ho ripreso un gruppetto di stranieri ubriachi in strada», dice il titolare di un bar, «e mi è bastato come mi hanno risposto a spaventarmi». I più a San Bonifacio la pensano così: «Troppi stranieri senza arte né parte. Carabinieri e vigili non possono fare miracoli, senza contare il fatto che quando vengono beccati e finiscono in tribunale se ne tornano presto a riprendere le loro attività». Non manca chi se la piglia con le forze dell’ordine, con «la sinistra dei richiedenti asilo e del dentro tutti», chi non si fida più ad andare al mercato: «Ci sono accattoni molesti, gente che ti si attacca addosso e qualche portafoglio che sparisce», chi se la prende con gli ipocriti: «Affittano casa alle stesse persone di cui poi si lamentano». E poi degrado, sporcizia, disordine, furti (gli ultimi segnalati alla Motta nelle ore della rissa): in tanti dicono di aver paura. «Ho chiesto al Prefetto di rendere permanente, a rinforzo della Compagnia carabinieri, la presenza degli uomini della Cio (Compagnia di intervento operativo)», dice Provoli. E riguardo all’insofferenza della gente, Provoli dice di comprenderla ma chiarisce: «Nel 2015 sono state controllate 850 persone, 1.200 nel 2016 mentre per il 2017 ad oggi siamo ad oltre 1.500. Dati delle forze dell’ordine, quelle che fanno parte della cabina di regia approntata con carabinieri, finanzieri e Polizia locale. Ci si dovrebbero aggiungere anche i cittadini, con la vigilanza di vicinato e la segnalazione di qualsiasi cosa esuli dall’ordinario». Difficile però, per molti, denunciare: i timori di guai sembrano prevalere sul senso civico. «Abbiamo anche gli ex carabinieri dell’Anc, risorse preziosissime che monitorano il territorio. Perché non approfittarne per una segnalazione informale? Non occorre sempre una denuncia», conclude Provoli, «condividere una sensazione a volte può rivelarsi una segnalazione importante». •

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