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01.12.2017

Il cappio del gioco Medici e psichiatri cercano soluzioni

Un giocatore in una sala per slot machine
Un giocatore in una sala per slot machine

Maria Vittoria Adami Un male oscuro, invisibile, che cresce nel silenzio. Della sua presenza ci si accorge davanti ai danni irreparabili prodotti: patrimoni dilapidati, famiglie lacerate, case perdute e la morsa di usurai e criminalità organizzata. È la patologia del gioco d’azzardo della quale si è discusso ieri, all’ospedale Fracastoro di San Bonifacio, al convegno organizzato dall’Ulss9 e dal Gruppo di ricerca veneto sul Gap, che ha messo a confronto medici, psichiatri, psicologici ed esperti delle unità dei servizi territoriali per le dipendenze: «Giocatori d’ azzardo. Tipologie e processi terapeutici personalizzati». I medici hanno tirato le fila di un fenomeno in continua espansione e del quale è ancora difficile delineare i confini e che va chiamato per ciò che è: una malattia, una dipendenza, che come tale va curata e può essere risolta, con l’aiuto giusto. Questa la teoria. Ma il percorso è ben più difficile: i giocatori non si riconoscono patologici e se lo fanno non si lasciano aiutare. Lo confermano i dati relativi ai pochi assistiti dall’Ulss9 che danno un identikit del giocatore patologico specifico: è maschio, ha in genere un diploma di licenza media, è lavoratore dipendente tra i 40 e i 54 anni e gioca soprattutto con slot machine e strumenti elettronici (meno lotto e gratta e vinci). Dei 5.477 pazienti seguiti dai Serd, tra tossicodipendeti, alcolisti, tabagisti, i giocatori sono 295: 248 maschi e 47 femmine. Ma il Gruppo di ricerca regionale stima che su 100 già in patologia, solo 10 persone sono in cura. Significa che c’è un sommerso di giocatori patologici del 90 per cento. «È un problema sottovalutato», spiega Giovanni Serpelloni, direttore dell’Unità operativa complessa Dipendenze dell’Ulss9, «sia perché ci sono spinte economiche molto forti per far giocare i giocatori che rendono un sacco di saldi, sia perché noi medici lo conosciamo poco per quanto riguarda le basi neuroscientifiche e le cause che mantengono la patologia». Non facilità il fatto che la persona non riconosca il gioco d’azzardo come patologia: «Vi concorrono la vergogna e una, ingiustificata, discriminazione sociale», continua Serpelloni. «Spesso, inoltre, i pazienti hanno un problema di usura e ciò li espone ad altre questioni da affrontare». Nell’occuparsi degli effetti del gioco (indebitamento, problemi sociali e familiari) il giocatore è distolto dal processo di riconoscimento della malattia e dall’eventuale cura. «Ai debiti del giocatore e spesso ai contatti con organizzazioni criminali vengono esposte le famiglie», continua Serpelloni. «Per questo è importante supportarle perché solo con il loro sostegno i giocatori possono uscire dal problema». Le unità operative delle dipendenze di Verona, Bussolengo e Legnago sono già attive con attività di supporto e consulenza a patologici e famiglie. Anche se dei 295 pazienti, soltanto 14 familiari hanno avuto almeno un contatto con gli sportelli. Quanto alle terapie, variano a seconda del malato: supporto psicoterapeutico specializzato al paziente e ai familiari, farmaci in alcuni casi. E c’è una nuova sperimentazione: «Stiamo studiando la stimolazione transcranica magnetica per stimolare parti determinate del cervello, come il lobo prefrontale per ridurre le ricadute nel gioco». Ma c’è di più. Il gioco d’azzardo è la terza industria di Stato sulla quale, nel 2016, i giocatori hanno puntato 96 miliardi di euro. La pubblicità di gioco on-line,di sale da gioco e lotterie e gratta e vinci, è molto diffusa. E per Serpelloni va vietata: «Le norme di regolamentazione dei locali e degli accessi, i controlli sulle usure servono, ma non risolvono il problema. Va detto forte e chiaro che la pubblicità va vietata perché stimola i giocatori alla recidiva». «Il giocatore spende parte considerevole del suo reddito e patrimonio, impoverendo le famiglie», aggiunge Graziano Bellio del Gruppo di ricerca sul Gap, nato nel 2004 come osservatorio sulle dipendenze e ora coordinatore delle attività a livello regionale. «Questo ha un peso sociale molto elevato che non riusciamo a stimare. «Indebitandosi con banche e istituti di credito privati, diminuisce la qualità di vita della sua famiglia. Ciò comporta problemi a livello lavorativo e scolastico, se si tratta di giovani». I ragazzi, anche minori, infatti, non sono esenti dalla patologia. La loro attenzione si sposta dallo studio al gioco considerato una strada per procurarsi denaro piuttosto che lavorare. Il gioco è come una droga: «La gratificazione del giocatore è simile», conclude Bellio, «perché la prova prima di avere l’esito della giocata. È il sogno della vincita che gratifica e questo crea il problema perché il patologico diventa meno sensibile all’impatto delle perdite e nella sua testa si crea la falsa credenza che la fortuna arriverà, portando con sè le vincite». •

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