CHIUDI
CHIUDI
Seguici
Sezioni
Servizi
Cerca

03.12.2017

Grazie a Bianca la speranza arriva dal Cile

Monica Ghiro, presidente della onlus Bianca nel cuore, e il fisioterapista Antonio Tripodo FOTO PECORA
Monica Ghiro, presidente della onlus Bianca nel cuore, e il fisioterapista Antonio Tripodo FOTO PECORA

Paola Dalli Cani Bianca, una bimba speciale di 7 anni, regala ai bambini con disabilità croniche come la sua la speranza di un trattamento a cui, sino ad ora, si poteva accedere solo prendendo un aereo e volando in Cile o negli Stati Uniti: al centro «Bisogni speciali» di San Bonifacio, voluto dalla onlus Bianca nel cuore costituita dai genitori di Bianca assieme al Comune e alla Cpl servizi onlus, da gennaio sbarca il metodo Cme, cioè il Cuevas medec exercise. Cuevas è il cognome di Ramon, un terapista cileno che da 45 anni ha messo a punto un metodo che, «in caso di ritardo psicomotorio, stimola il potenziale residuo del sistema nervoso perché emerga tutto il possibile, come sarebbe accaduto senza il verificarsi di quel ritardo». Lo spiega così Antonio Tripodo, giovane terapista occupazionale romano che la onlus Bianca nel cuore ha mandato a studiare in Cile per poter mettere a disposizione delle famiglie, vicino a casa (e secondo la scelta di campo del centro, a prezzo calmierato), questa tecnica di intervento terapeutico. Tripodo è uno dei due terapisti italiani abilitati al Cme dopo una formazione rigidissima e gli esami che sono condotti personalmente da Cuevas. Tutto, anche stavolta, è partito dalla piccola Bianca, affetta da una malattia rara ancora senza nome, e dai suoi genitori: «Da anni frequentiamo i soggiorni riabilitativi promossi a Magliano, in Toscana, dalla onlus Uccellino azzurro. Durante uno di questi soggiorni, ho conosciuto Antonio Tripodo ed è capitato di parlare di Cme», racconta Monica Ghiro, la mamma di Bianca. «È un metodo che conosco perché l’avevo sperimentato dopo aver portato Bianca negli Stati uniti: ne aveva tratto grande beneficio». I due cominciano a parlare: Tripodo è terapista occupazionale, cioè utilizza le attività come mezzo terapeutico. Ha lavorato, anche con l’Enea, a progetti su protesi adattive (che mettono in campo l’elettronica), esoscheletro adattivo e dal 2010 lavora coi bambini. Ad un certo punto la mamma di Bianca gli lancia la proposta: «Ti paghiamo noi la formazione in Cile e poi tu porterai il metodo anche a San Bonifacio per poter offrire anche questa opportunità». La sfida è importante, il percorso decisamente impegnativo, ma Tripodo parte e dopo qualche mese rientra con la sua abilitazione in tasca. «Grazie a Bianca nel cuore e ad Uccellino azzurro che ha sostenuto il progetto, il metodo Cuevas arriverà ora a San Bonifacio, Magliano e Roma», dice lui. Tempo di organizzare la cosa e probabilmente col nuovo anno l’attività prenderà il via. «Serve cautela», raccomanda Tripodo, «perché se è vero che in molti casi questo tipo di metodo ha avuto come conclusione la capacità del bambino di stare in piedi e combattere la forza di gravità, l’obiettivo vero è scoprire sin dove le capacità di un bambino possono spingersi, scoprire il limite e mantenere nel tempo le abilità conquistate». È un approccio innovativo perché sinora l’obiettivo principe era il mantenimento nel tempo delle abilità residue dei bambini: e anche in questa direzione lavora il centro Bisogni speciali che da qualche mese, grazie a una generosa iniziativa del Lions club di San Bonifacio-Soave, mette a disposizione anche Vibra plus, un sistema ad onde meccano-sonore selettive per il trattamento non invasivo di patologie muscolari e neuro-muscolari. Al centro c’è anche la Universal exercise unit, la «gabbia» che, attraverso l’impiego di cinture ed elastici in un grande box colorato, consente ai piccoli di sperimentare posture che, diversamente, sarebbero loro precluse. Col Cme, ora, anche i genitori diventano terapisti: «Uno dei punti qualificanti del metodo e della sua efficacia è legato al fatto che l’intervento terapeutico può essere mantenuto nel tempo grazie alla formazione dei genitori. Alle sedute», spiega Tripodo, «intervengono le mamme e i papà che sperimentando al cento per cento la terapia, diventano terapisti a loro volta». «Non è obbligatorio», chiarisce Tripodo, «ma davvero costituisce un grandissimo aiuto». •

Commenta

Partecipa. Inviaci i tuoi commenti

Attenzione: L'intervento non verrà pubblicato fino a quando il moderatore non lo avrà letto ed approvato. I commenti ritenuti inadatti o offensivi non saranno pubblicati.

Informativa privacy: L’invio di un commento richiede l’utilizzo di un “cookie di dominio” secondo quanto indicato nella Privacy Policy del sito; l’invio del commento costituisce pertanto consenso informato allo scarico del cookie sul terminale utilizzato.

pagine 1 di 1