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13.09.2018

Caporalato, in manette la «mente» della banda

Fermo immagine di un video dei carabinieri che hanno indagato sul caporalato
Fermo immagine di un video dei carabinieri che hanno indagato sul caporalato

Ancora una volta, caporalato. Ancora una volta, l’Est Veronese al centro di un presunto giro di lavoratori stranieri sottopagati e sfruttati. Braccianti fatti arrivare in Italia dalla Romania e dell’Albania, sottoposti a turni anche di undici ore giornaliere e pagati 4-5 euro l’ora, senza alcun rispetto delle norme di sicurezza, e talvolta assunti completamente in nero. È quanto scoperto dai militari del Comando carabinieri per la tutela del lavoro di Firenze, che ieri mattina hanno arrestato tre persone tra le province di Verona, Padova e Perugia, in esecuzione di un’ordinanza di custodia cautelare in carcere emessa dal gip di Firenze: Gaetano Pasetto, 48 anni di San Bonifacio, Mihai Atanasoaei, 45 anni, romeno residente a Dicomano (Firenze) e Neculai Dudau, 63 anni, romeno abitante a Solesino (Padova). L’accusa è associazione per delinquere finalizzata alla reato di intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro, il cosiddetto caporalato, aggravato dalla violenza, dalla minaccia e dai maltrattamenti. I lavoratori, circa un centinaio all’anno, soprattutto romeni e albanesi, venivano impiegati in agricoltura ed edilizia, in Veneto, nelle aziende vitivinicole dell’Est Veronese e sul lago di Garda, a Peschiera, in Toscana, ma anche all’estero (Svizzera). Secondo gli inquirenti, il capo della presunta associazione criminale era proprio Gaetano Pasetto: sarebbe stato lui a gestire i lavoratori, tutte persone che versavano in stato di bisogno, attraverso la società cooperativa «New Labor» (con sede a San Bonifacio), sequestrata dai militari insieme ai relativi conti correnti e a un veicolo che veniva usato per trasportare gli operai. Sequestrati anche due immobili dove i lavoratori venivano fatti dormire, dietro pagamento di un affitto. Perquisizioni sono state seguite negli studi di consulenza del lavoro ai quali si appoggiava la cooperativa. Sempre secondo gli inquirenti, i due caporali seguivano le direttive del capo, organizzando i turni di lavoro e i pagamenti. Ricevano anche istruzioni per eludere i controlli, e, dopo le verifiche, per «aggiustare» il numero delle ore lavorate dagli operai, in modo da non far figurare quelle pagate fuori busta. In alcuni casi i dipendenti sarebbero stati anche minacciati di non essere pagati se non avessero completato i turni imposti loro. Il quarantottenne residente a San Bonifacio era invece la «mente» dell’organizzazione e si occupava dei rapporti con le aziende, stipulando con loro i contratti per il lavoro. Le indagini, coordinate dalla procura di Firenze, sono partite dopo la morte di un cittadino romeno, avvenuta il 7 novembre del 2017 per cause naturali nel comune di Rufina, in provincia di Firenze. I carabinieri del nucleo ispettorato del lavoro di Firenze hanno avviato indagini che hanno consentito di individuare il caporale che aveva il compito di caposquadra, trovato in possesso di appunti sui quali erano annotati orari e luoghi di lavoro, i nominativi del personale, la paga e i mezzi di trasporto utilizzati. Non è la prima volta che l’Est Veronese finisce nell’occhio del ciclone per il fenomeno del caporalato. Era stato arrestato la scorsa primavera Ahmed El Alami, marocchino di 56 anni, accusato di aver reclutato manodopera marocchina e nigeriana per la sua Cooperativa Agricola Agritalia, con sede a Monteforte d’Alpone, facendo impiegare i dipendenti in un’azienda del Ferrarese in condizioni di sfruttamento. Anche in questo caso l’indagine era partita in seguito alla morte di uno dei lavoratori, deceduto a causa di un incidente stradale su un furgoncino il 26 novembre dello scorso anno. •

Manuela Trevisani
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