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17.10.2018

Parla il pentito di ’ndrangheta: «Una ’ndrina a San Bonifacio»

L’aula bunker ieri a Padova con lo schermo per la video conferenza sulla sinistra
L’aula bunker ieri a Padova con lo schermo per la video conferenza sulla sinistra

Giampaolo Chavan PADOVA «Era stato il boss del clan Grande Aracri a far nascere una ndrina nel Veronese a San Bonifacio. Il punto di riferimento per le altre consorterie della ’ndrangheta era Francesco Frontera, detto Provolone». Ha parlato più di un paio d’ore ieri mattina, il collaboratore di giustizia Angelo Salvatore Cortese, 53 anni, fino al 2007 nelle file del clan calabrese con base a Cutro. L’ha fatto in video conferenza in una località segreta collegata con l’aula bunker di Padova dove si è celebrato il processo a carico di sei persone, accusate a vario titolo di minacce, emissione di fatture false e usura nell’ambito dell’operazione «Valpolicella», svolta dalla Dia di Padova nel febbraio scorso. Tutte le accuse sono accompagnate dall’aggravante mafiosa così come si legge nella richiesta di rinvio a giudizio. E l’udienza davanti al tribunale di Verona, presieduto da Rita Caccamo coi colleghi Lucio Prota e Silvia Isidori, si è svolta in trasferta a Padova proprio per sentire in video conferenza i collaboratori di giustizia, Salvatore Cortese, elemento di spicco del clan Grande Aracri fino a undici anni fa e Giuseppe Giglio, imprenditore edile. «Pino» non è mai stato affiliato alla ’ndrangheta ma è sempre rimasto a disposizione degli uomini del clan per far da sponda nelle false fatturazioni com’è emerso nell’operazione Aemilia dov’è stato condannato a sei anni. I due pentiti sono stati chiamati in aula dal pm della Dda di Venezia, Giovanni Zorzi proprio per provare il legame tra i reati commessi e l’aggravante dell’organizzazione mafiosa. E, a dire il vero, le deposizioni dei due collaboratori di giustizia sembrano aver confermato questa ipotesi, avanzata dalla procura antimafia. È stato, soprattutto, il collaboratore di giustizia Cortese ad accendere le luci su questi inquietanti legami, disegnando con i nomi la presenza degli elementi del clan nell’est della nostra provincia. «L’ho saputo dai fratelli dei Grandi Aracri che volevano un punto di riferimento nel Veronese così come c’era Alfonso Diletto a Brescello, vicino a Reggio Emilia e i La Manna a Cremona», ha detto Cortese. Una sorta di rete di «filiali» nel nord, ha spiegato ancora Cortese, necessarie alle dinamiche del clan dei Grandi Aracri. «La ’ndrangheta», ha detto Cortese in aula, «ha da sempre la necessità d’investire i soldi ricavati dai loro traffici di droga, estorsioni, usura o ancora da rapine». E allora il danaro parte da Cutro in Calabria, patria dei Grandi Aracri e approda al nord per aumentare il giro d’affari di queste cosche. E tra Verona e Vicenza, ha sostenuto il collaboratore di giustizia ieri in video mai visibile in volto, c’è anche un redditizio giro di fatture false. Le società della ’ndrangheta sempre intestate a prestanome e in grado di fallire nel giro di un anno, ha spiegato Cortese, emettono fatture false e così le grosse società del nord possono scaricare l’Iva per prestazioni in realtà mai svolte. «A noi restava il 10 per cento di quelle operazioni inesistenti: restituivamo i soldi inviatici dalle aziende e ci trattenevamo una percentuale», ha spiegato. Il collaboratore di giustizia ha parlato, soprattutto, di Francesco Frontera, definito «componente del gruppo di fuoco del clan Grande Aracri» e di Salvatore Cappa. I due sono stati condannati a nove anni in appello nell’operazione Aemilia e sono detenuti in carcere. A rincarare la dose su Frontera, ex titolare della Edil sistem di Lonigo, è arrivata la dichiarazione anche dell’altro collaboratore di giustizia Giuseppe Giglio: «Era il braccio di forza per la famiglia dei Grande Aracri» ha detto Giglio. Per provare l’inserimento di «Provolone», Cortese ieri ha raccontato l’episodio dell’estorsione nei confronti di un quarantaduenne residente nel Villafranchese. Secondo l’accusa, Giovanni (nome di fantasia ndr) era sottoposto a continue vessazioni con continue richieste di danaro da Giovanni Francesco Giuseppe Grisi, non affiliato al clan ma a disposizione dei Grande Aracri e Salvatore Cappa. «In una cena svoltasi in ristorante fuori dal casello di Nogarole Rocca con Francesco Frontera, Domenico Mercurio (non indagato) e Pino Grisi (non riconosciuto poi in un dossier fotografico inviatogli dalla procura nella località segreta ndr)», ha raccontato ieri il collaboratore di giustizia Cortese, «li ho invitati a lasciare perdere la vittima che da tempo viveva nel terrore per quelle continue richieste di versare soldi. E così è stato». Nel tardo pomeriggio, è stata sentita in aula proprio la vittima di quei soprusi che ha ridimensionato le accuse rivolte agli imputati. •

Giampaolo Chavan
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