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12.11.2017

«La pallottola era intelligente: non mi ha ucciso»

Giuseppina, la figlia di GiuliariLettere di Silvino GiuliariSulla divisa di Giuliari, il foro causato da un proiettile
Giuseppina, la figlia di GiuliariLettere di Silvino GiuliariSulla divisa di Giuliari, il foro causato da un proiettile

L’ultima commemorazione del 4 Novembre entrerà nella storia di Colognola. Se per la prima volta, grazie all’impegno dell’Amministrazione comunale, le due Associazioni di combattenti e reduci del paese, quelle del capoluogo e di San Vittore, e quelle d’arma hanno celebrato insieme la ricorrenza, a coronamento dell’evento c’è stata anche una donazione al Comune di alcune copie di lettere autografe scritte dal fronte durante la Grande Guerra.

A consegnarle al sindaco Claudio Carcereri de Prati è stata la signora Giuseppina Giuliari, figlia di Silvino, l’autore delle missive, chiamato nel 1915 a combattere in una guerra di cui fu in prima linea fino all’ultimo giorno nel 1918, quando potè finalmente fare ritorno a casa.

«Mio padre, che abitava con la famiglia a Donzellino, tra Colognola e Illasi, è partito per il fronte, sul Pasubio, poco dopo aver appreso di essere stato ammesso in terza liceo al Maffei», ha spiegato Giuseppina, che, d’accordo con il fratello, ha ora deciso di rendere pubbliche le lettere. «Papà le ha scritte a suo fratello Luigi, che si trovava in un’altra postazione di guerra, e ancora oggi, quando le leggo, sono colpita dalla tenerezza con cui si rivolgeva a lui. Non era molto espansivo, ma evidentemente l’esperienza bellica, condivisa con una persona cara, lega affettivamente di più», ha commentato la signora.

«Le copie donate saranno custodite dalla biblioteca comunale Sandri», ha fatto sapere il sindaco, riferendo che «si tratta di scritti interessanti, in grado di offrire uno spaccato della situazione al fronte, dove Silvino era ufficiale di fanteria. Apparteneva alla compagnia lanciafiamme, nella prima difesa delle trincee».

Le lettere, che risalgono in prevalenza al 1916 e al 1917, riportano spesso, come indicazione di luogo, «zona di guerra», quasi a sottendere che un fronte vale l’altro quando si è in trincea e la morte ti sfiora. Un’esperienza che Silvino ha provato personalmente, come racconta nella lettera scritta al fratello il 12 ottobre 1917: «Mio caro Luigi, il giorno 9 sono sceso dalla trincea con una leggera ferita al petto. Mi trovo ricoverato nell’ospedale da campo 037 in Cervignano», si legge nel documento. «Sono stato fortunato assai. Pensa che fui colpito proprio in direzione del cuore. Se per disgrazia quella palletta Shrapnel (tipo di proiettile per artiglieria, ndr) avesse avuto un pochina di forza maggiore, mi avrebbe mandato all’altro mondo senza lasciarmi gridare nemmeno “mamma”. Invece fortuna volle che si arrestasse nella carne senza quasi toccarmi la costola. Fu una palletta molto intelligente».

La prova che questa pallottola avesse davvero dribblato il cuore del padre, l’ha fornita Giuseppina che ha portato in municipio, riportandola dopo a casa, la giubba indossata in quel frangente da papà Silvino, affinchè il sindaco potesse vedere con i suoi occhi il foro provocato sulla stoffa dal proiettile. La famiglia Giuliari ha posto la giubba in una sorta di teca per custodirla come reliquia paterna.

«PAPÀ ERA PARTITO con una compagnia di 67 ragazzi sotto il suo comando», ha riferito Giuseppina, «dei quali alla fine ritornarono solo in cinque. Diceva che, colpiti a morte, erano spesso costretti a lasciarli sul campo e che la gran parte chiudeva la propria esistenza terrena chiamando “mamma”». Uno strazio, soprattutto se si pensa che molti soldati erano poco più che ragazzini, catapultati impreparati in prima linea.

Scene di guerra che ancora oggi si ripetono in troppe parti del mondo, come ha ricordato il primo cittadino al monumento ai caduti di San Vittore, durante la commemorazione del 4 Novembre, leggendo parole scritte da Silvino Giuliari: «“6 giugno 1916. In questi giorni ho potuto conoscere un pochino a fondo che cosa voglia dire la parola guerra. Quante disgrazie, quanti padri di famiglia dovranno vivere inoperosi per tutta la loro vita incapaci di qualsiasi lavoro. Gli abitanti di tutti questi paesetti hanno dovuto abbandonare le loro case... I fanti raccontano che gli austriaci avanzano a schiere serrate tanto che i nostri sono costretti a far scoppiare i proiettili a qualche centinaio di metri dalla bocca dei cannoni. In questo modo distruggono compagnie intere ma, distrutta una, ce n’è subito un’altra».

Monica Rama
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