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31.12.2017

L’acquedotto ha 60 anni. Grazie a un rabdomante

Monica Rama Il 2017 che ci stiamo lasciando alle spalle ha permesso a Colognola di rispolverare una pagina di storia locale tanto significativa quanto curiosa. Sessant’ anni fa, infatti, il paese all’imbocco della Val d’Illasi riuscì a risolvere il problema della distribuzione dell’acqua in tutto il territorio comunale con la costruzione dell’acquedotto di San Zeno. Fu un provvedimento così necessario da prendere che si sfidò il parere dei tecnici, affidandosi alla sensibilità dei rabdomanti che di fatto misero fine all’annosa questione una volta per tutte. Il primo acquedotto colognolese era stato costruito dai soldati di stanza in paese durante la Grande guerra, in via Contrada di Sopra, ma portava l’acqua, e in orario limitato, solo ad alcune fontanelle della zona. NEL 1933, con la costituzione di un consorzio tra i Comuni della vallata, il serbatoio di via Borgoletto, a Monte, poté essere alimentato dall’acqua della Val Fraselle, che risultò, però, insufficiente quando le abitazioni iniziarono ad allacciarsi all’acquedotto. A prendersi a cuore il problema furono due amministratori comunali del tempo, entrambi uomini di cultura: il sindaco Pierluigi Laita, che fu preside al liceo classico Scipione Maffei, scomparso nel 2011, e l’assessore Luigi Ruffo, maestro elementare di generazioni di colognolesi nonché corrispondente del nostro giornale, venuto a mancare qualche mese fa. Proprio Ruffo era solito ricordare questo fatto di cui ha parlato anche nel suo libro autobiografico Racconti ed emozioni: «Nel 1957 mi recai a Trezzolano, piccola frazione sui colli di Verona, a prelevare il rabdomante Giovanni Zoppi, conosciuto in zona per le sue qualità sensitive. Giunti a San Zeno di Colognola, insieme partimmo da via Ceriani e ci dirigemmo verso via Leorin. Il rabdomante teneva con ambo le mani un giunco che con i suoi giri avrebbe dovuto segnalare l’eventuale presenza di acqua nel sottosuolo. Fatti pochi passi», ricordava Ruffo, «la bacchetta nelle mani del rabdomante cominciò a girare vigorosamente. Il movimento è continuato per una trentina di metri e poi si è fermato. Abbiamo percorso più volte quella zona, ma solo in quel tratto il virgulto girava. Era il segno evidente della presenza dell’acqua. Il rabdomante, in base ai giri della bacchetta, disse che l’acqua si trovava in notevole quantità alla profondità di 55 metri. La sera Zoppi fu ricondotto a casa con un compenso di 10 mila lire», precisava, «somma notevole a quel tempo, giustificata dal fatto che per la spossatezza dovuta allo sforzo fisico, il rabdomante avrebbe dovuto riposarsi qualche giorno». FIDARSI o no? «Per una verifica, invitai a Colognola un altro rabdomante di Alonte, nel Vicentino. Gli feci fare lo stesso percorso e anche lui, con un giunco tra le mani, confermò la presenza dell’ acqua nello stesso luogo. L’ acqua c’era, potevamo esserne sicuri. Mi misi in contatto con un ingegnere, che mi disse di non credere alle facoltà dei rabdomanti e che la nostra valle doveva ritenersi arida anche nel sottosuolo», riferiva Luigi Ruffo, lasciando intendere, però, che non si sarebbero mai arresi. «Ciononostante in Giunta decidemmo di provare e, dopo aver ottenuto il permesso dalla proprietaria del fondo, incaricammo una ditta di Sanguinetto di procedere alla perforazione. Come previsto da Zoppi e confermato dal rabdomante vicentino, alla profondità di 55 metri si trovò l’acqua in quantità notevole. L’amministrazione comunale deliberò la costruzione del pozzo», attesta Ruffo anche nel suo libro, «secondo le nuove tecniche con pompa elettrica sommersa. Nel nuovo condotto in acciaio, l’acqua arrivò abbondante al serbatoio di Borgoletto, risolvendo così, per allora, la grave carenza idrica del Comune». NEGLI ANNI, poi, Colognola conobbe un notevole aumento demografico e fu necessario costruire un nuovo pozzo il località Villaggio e un altro in zona Cubetta, ma quello di San Zeno diede sicuramente un impulso non da poco all’estensione e alla riqualificazione di tutta la rete idrica locale. •

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