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22.02.2018

Cani, troppi abbandoni «Qualcuno intervenga»

Gianni Nasoni con Mosé e Ossi, i suoi due cani salvati dall’abbandono
Gianni Nasoni con Mosé e Ossi, i suoi due cani salvati dall’abbandono

Vittorio Zambaldo Ha in casa Mosè e Ossi, il primo è un segugio italiano a pelo lungo salvato miracolosamente dalle acque dell’Adige a Orti di Bonavigo e adottato, la seconda è stata trovata che era pelle e ossa, legata con una catena a un albero in un bosco di Mezzane di Sotto. Oggi Gianni Nasoni li ha entrambi a casa sua, a Campiano di Cazzano di Tramigna, e con loro passeggia nei boschi: sono cani felici che hanno però subito traumi di cui ancora portano le conseguenze. Quella di Gianni è una missione che ogni mese si scontra con la stupidità umana e l’indifferenza. Trova spesso cani abbandonati e l’ultimo caso lo ha davvero sconvolto. «Qui girano cani sicuramente abbandonati dai proprietari che cercano zone appartate per disfarsene. Ce li ritroviamo poi in paese disorientati, magri e affamati. Un segugio italiano l’ho trovato in un fienile: era già moribondo. È stata una corsa contro il tempo per salvarlo, purtroppo inutile. Quando si tratta di intervenire per un animale sono in molti a scaricare e le responsabilità», denuncia Nasoni. Di fronte a tante porte che si chiudono e a telefonate che vengono interrotte «perché il caso non è di nostra competenza», Nasoni si prende in carico l’animale, lo porta in uno studio dove trova sempre medici veterinari disponibili ai primi soccorsi, ma il problema viene dopo: «La polizia locale dice che non è di sua competenza; il canile vuole essere autorizzato per uscire a prelevare l’animale; alla fine devono intervenire i carabinieri e firmare una richiesta di intervento, ma l’arrivo al canile non aiuta la povera bestia, che può morire», racconta Nasoni, com’è accaduto al segugio lo scorso novembre. «Sono cose che succedono troppo spesso e a questa vicenda voglio andare in fondo», denuncia Nasoni, «perché tutti devono assumersi le proprie responsabilità, dalle istituzioni che considerano la vita di un animale cosa di poco conto, ai proprietari che li trattano come oggetti da abbandonare quando non servono più. Non è più possibile accettare che ci siano ancora troppi cani privi di microchip», protesta Nasoni, «e che non si possa risalire al proprietario e imputargli la responsabilità del trattamento subito dalla povera bestia». Mosè commosse sette anni fa i lettori de L’Arena con la sua storia di abbandono: era stato trovato da un passante che lo aveva visto in difficoltà dentro l’Adige: aveva le zampe anteriori legate talmente strette con un filo di ferro che gli era penetrato fino all’osso e gli impediva di nuotare per guadagnare la riva: al disgusto per il gesto inumano si era aggiunta la soddisfazione di una grande gara di solidarietà che ha visto Nasoni candidarsi per l’adozione e seguire il lungo periodo di cure per la ricostruzione dei tendini e di riabilitazione. Oggi Mosè e Ossi sono inseparabili compagni delle sue lunghe traversate nei boschi della Val Tramigna, dove non vorrebbe più trovare cani abbandonati dalla malvagità dell’uomo. •

Vittorio Zambaldo
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