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09.12.2017

Vivere sui pattini L’ha raccontato in «Blade Diary»

Una foto di Pietro Firrincielli. Gli scatti, tutti in bianco e nero, sono frutto di un viaggio in Europa e America
Una foto di Pietro Firrincielli. Gli scatti, tutti in bianco e nero, sono frutto di un viaggio in Europa e America

Adriana Vallisari Dalle strade di Caldiero alle rampe di tutto il mondo. Con la stessa passione per i pattini a rotelle e l’appartenenza a una comunità che non ha confini. Pietro Firrincieli, 32 anni, fotoreporter veronese e «blader» dall’età di 11 anni, ha scelto di raccontare (ma, prima ancora, di vivere) la cultura underground del «blading», sconosciuta ai più. Ne ha fatto un libro – Blade Diary, scritto in inglese – e una mostra omonima, che è rimasta esposta per quasi due mesi, fino al 20 novembre, ai Magazzini Fotografici di Napoli. La più lunga in assoluto sul tema, a livello mondiale. GLI SCATTI, frutto di un viaggio che ha toccato Italia, Europa, Messico e America, immortalano la comunità dei «bladers» di tutto il mondo. Per realizzarli sono stati necessari tre anni, dal 2011 al 2013; altrettanti per selezionare le immagini, scrivere, progettare e produrre il volume. «Nel 2011 avevo 26 anni, un buon lavoro come fotografo commerciale, un bell’appartamento e una ragazza incantevole», racconta Pietro. «La mia vita sembrava perfetta e soddisfacente, ma soffrivo di attacchi di panico, non ero felice». Un giorno, la telefonata di un amico gli riaccende la voglia di tornare su strada, di essere libero. «In quel periodo avevo lasciato poco spazio al “blading”, un’attività che la mia fidanzata e le persone attorno a me consideravano un passatempo poco adatto all’età adulta», ricorda. «Così seguii il mio amico al Winterclash di Eindhoven, un raduno mondiale annuale: furono giorni esaltanti e iniziai a raccogliere le emozioni in un blog; tornato a casa capii che la mia strada era un’altra». DA ALLORA Pietro si è dedicato a immortalare questo mondo, ancora poco esplorato. «Sono un “blader” dal 1996, i primissimi anni dell’esistenza di questa giovane cultura di strada», spiega. Blade Diary è il primo, e fino ad ora unico, libro che ne fa memoria: nasce proprio dall’urgenza di registrarne l’origine, adesso che siamo arrivati al cambio generazionale». È un album di famiglia, come riporta la dedica all’inizio del libro. «Questa cultura ha avuto un impatto positivo sulla mia vita, ha rappresentato sempre un’alternativa: tra lo stare a casa davanti alla tv o uscire con gli amici, tra il rimanere nella mia città o salire su un treno, tra l’accontentarmi o cercare di essere felice», dice. In questo giro del globo, rigorosamente ritratto in bianco e nero, Firrincieli ha incontrato volti, storie, passioni. Ha condiviso momenti, dormito sui divani di amici, viaggiato a lungo di notte, su qualche autobus. Si è perso e ritrovato, immergendosi nel «suo» mondo. Gli ha insegnato a superare la paura, dice. Come quando si prova un’acrobazia sui pattini. «Nel processo performativo la prima cosa è l’immaginazione: vedi un luogo e cerci di capire come relazionarti con esso, se è possibile eseguire ciò che hai in testa», chiarisce Pietro. «Il rischio di farsi male è presente e devi avere la volontà di provare e rialzarti, credere in te stesso abbastanza da tentare fino a quando non hai successo, gestendo la paura per restare concentrato». DOCUMENTANDO e vivendo quest’esperienza, l’autore ha portato a casa una grande carica di fiducia. «Parlando con altri “bladers” che come me vivono o hanno vissuto per strada, l’impressione comune è che ci sia una sorta di legge dell’universo, difficile da spiegare a chi non l’ha sperimentata», conclude il fotoreporter originario di Caldiero. «Arriva cioè un momento in cui si passa dalla condizione di essere soli e senza un soldo in tasca a un’altra in cui ogni persona e ogni luogo sembrano essere lì per te e la paura scompare». È il «miracolo» del «blading», la vita sui pattini. •

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