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martedì, 25 settembre 2018

Gianni Angiari Il numero 1 in calcio e canto

Lo stile di Gianni Angiari, portiere della Juventus, a Villar Perosa nei primi anni Cinquanta

Giovanni Battista (ma per tutti Gianni) Angiari è stato uno dei baritoni più celebri e apprezzati in Italia. Il maestro Angiari ha appena compiuto 90 anni, essendo nato nell’agosto del 1928. È originario di Caldiero, ma dal ritiro dalle scene, nel 1987, risiede a Castelcerino di Soave. Angiari ha cantato accanto ai più grandi della storia della lirica, a partire daa Maria Callas. Sulle scene di mezzo mondo è stato partner anche di autentici mostri sacri di arie e cavatine: Mario Del Monaco, Alida Ferrarini, Giuseppe Taddei, Fedora Barbieri, Lucia Valentini Terrani, Katia Ricciarelli e Toti Dal Monte. Tra il 1965 e il 1987 ha cantato in 140 opere, facendo tournée in 17 Paesi del mondo. Ha impersonato i ruoli di baritono in Aida, Tosca, Traviata, Don Carlo, Un ballo in maschera, I Pagliacci, Don Pasquale, Andrea Chenier, Rigoletto e Gianni Schicchi, oltre alle opere di Wagner. È’ stato allievo del soprano Chiarina Fino Savio, adorata da Gabriele D’Annunzio, che la definì «la donna chiamata dagli angeli suor Melodia», frase incisa sul suo epitaffio. Insomma Angiari rappresenta un pezzo di storia del melodramma e di questa storia ha fatto parte a pieno titolo e ne è stato per oltre un ventennio un protagonista assoluto. Quando da ragazzo andava a scuola, prendeva la filovia e tornando a casa a Caldiero gli capitava di intonare qualche romanza. Per non interromperla, scendeva anche una o due fermate dopo. Ma accanto alla passione per il canto, sempre osteggiata dalla madre Idelma, che la vedeva una opportunità di lavoro poco redditizia e gli diceva che sarebbe finito a chiedere l’elemosina con il piattino, ha coltivato quella per il calcio: Angiari era un ottimo portiere. Giocò dapprima nel Caldiero, poi nella Napoleonica e nella Antonello Orlandi di Borgo Milano. Infine salì in serie C con la Sambonifacese. Qui venne visto dagli osservatori del Pinerolo, che gli proposero di trasferirsi in Piemonte, in Promozione. A PINEROLO entrò nelle mire della Juventus, che aveva appena vinto il campionato di serie A, con Gianpiero Boniperti e Dino Viola. Una opportunità che egli colse al volo e così finì per allenarsi a Villar Perosa, quartier generale dei bianconeri. Ma dopo soli 14 mesi da professionista con la Juventus, la carriera calcistica di Angiari, si concludeva con un incidente casuale, in allenamento. Uno scontro in area con un compagno, mentre si proiettava in un’uscita, che gli causò uno stop forzato di sei mesi e l’addio al calcio professionistico del «giaguaro», così era stato soprannominato per le sue movenze feline dentro l’area piccola. Il Pinerolo lo riprese nei dilettanti e poi passò in altre squadre piemontesi. Scelse infatti di rimanere a vivere in Piemonte e, finiti i sogni di gloria nel football, grazie ai suoi studi di meccanica, venne assunto dalla Fiat di Torino, dove lavorò per sette anni, dai 30 ai 37, anni in cui la sua vita imboccò un’altra carriera. Nella Fiat venne impiegato come disegnatore meccanico, soprattutto nel settore aeronautico e divenne suo, naturalmente, anche il ruolo di portiere nella formazione aziendale della Fiat. Nel corso di una trasferta calcistica nel 1960 in Francia, con la squadra della casa automobilistica, il disegnatore meccanico e portiere finì con i compagni a una serata di cabaret a Le Folies Bergerés. Ad un certo punto della serata, la soubrette che stava facendo il suo show, dichiarò di voler scegliere tra il pubblico quattro persone. Il caso volle che tra i quattro, salisse sul palco anche Gianni Angiari, che venne vestito da donna, per ballare il can can da L’orfeo all’inferno con la protagonista, una ballerina. LA PRIMA SENSAZIONE di Angiari fu di trovarsi a proprio agio sul palcoscenico, nonostante vestito da donna. Si adattò talmente bene al balletto improvvisato che, mentre i suoi compagni di squadra lo inneggiavano e applaudivano, lo incitarono anche a prendersi la scena, intonando qualcosa, dato che conoscevano le sue abilità canore. Gianni non ci pensò due volte e accennò la canzone: «Partirono le rondini...», ovvero Non ti scordar di me, lanciata da Beniamino Gigli. Il pubblico era entusiasta. In quel preciso momento, secondo Angiari, sbocciò il suo secondo amore dopo il calcio: il canto sui palcoscenici. Ma ci volle un altro incontro folgorante per introdurlo all’ambiente. Venne invitato da un collega della Fiat che si sposava a eseguire in chiesa l’Ave Maria di Schubert al suo matrimonio. Dopo quell’ esecuzione, gli si fece avanti una sconosciuta, che lo invitò a prendere la strada del canto e gli lasciò il suo biglietto da visita. Quando lesse il nome sul biglietto, Angiari ebbe un momento di smarrimento: si trattava del soprano Chiarina Fino Savio. Lui non si lasciò sfuggire l’occasione: già l’indomani iniziò a frequentare le lezioni di canto della Fino Savio. Si divise tra il lavoro in Fiat e il canto, fino al 1965, quando, dopo aver conseguito il diploma di dizione e canto, vinse il concorso nazionale bandito dal Teatro Regio di Torino e venne assunto come cantante. Così lasciò la Fiat. Salì sul palco per la prima volta al Regio di Torino a 37 anni, eseguendo una piccola parte nel Don Pasquale di Donizetti. In prima fila ad ascoltarlo la sua maestra, Chiarina Fino Savio, che quella sera capì di aver creato una nuova stella della lirica. Dopo quella sua prima esibizione, arrivò l’ingaggio per 54 allestimenti della Tosca in Germania, con uno stipendio da fame. Ma sarebbe stato l’ultimo. Da quel momento, per Angiari si aprì una carriera sfolgorante. Tra i suoi viaggi per lavoro, un giorno finì a cantare al teatro di Foggia. Siccome non c’era mai stato, decise di andare a fare una capatina a San Giovanni Rotondo. Quando giunse, stava per iniziare la messa e così si accordò con l’organista per eseguire il Panis Angelicus di Frank alla comunione. Terminata la funzione, arrivarono dietro l’altare tre frati. Fra loro c’era padre Pio, con le mani fasciate per le Stimmate, il quale chiese chi avesse cantato il Panis Angelicus. «Tu mi hai fatto pregustare un angolo di Paradiso, prima di andare», disse padre Pio da Pietralcina ad Angiari. L’ATTUALE SAN PIO morì otto mesi dopo quell’incontro: forse padre Pio aveva predetto ad Angiari qualcosa di importante, che lì per lì non colse. Dopo quelli sportivi, canori ed industriali, Angiari si è occupato molto anche di coltivare i rapporti umani e per questo si è impegnato a lungo nel sociale, ad esempio raggiungendo la quota di 127 donazioni di sangue. Angiari è stato anche tra i primi quattro in Italia che hanno donato il midollo osseo, quando il fattore di rischio per i donatori era ancora alto. Questo gesto gli è valso il titolo di cavaliere, che gli è stato conferito dal presidente della Repubblica Giovanni Leone e controfirmato dall’allora presidente del Consiglio, Aldo Moro. Ha ricevuto la cittadinanza onoraria in sette Comuni ed ha avuto l’onore, assieme alla moglie Eleonora Girardi, di accogliere Giovanni Paolo II, un altro santo nella vita di Angiari, al Cottolengo di Torino, al quale istituto il baritono si è dedicato con attenzione, passione e con grande spirito di carità e generosità. Attualmente si sta impegnando con la moglie Eleonora a sostenere la missione ad Yrol, in Sud Sudan, del missionario comboniano padre Giovanni Girardi, suo cognato. Il Comune di Caldiero, pur essendo originario del paese delle terme, finora non aveva riconosciuto il suo illustre cittadino, che per anni ha cercato di promuovere l’arte anche a Caldiero. Infatti negli anni Settanta, ha allestito con il pittore caldierese Antonio Gonzato, rassegne di pittura alle terme, con autori di grande livello ed ha gestito fino agli Ottanta una scuola di musica nel suo paese natale. Ma ha rimediato. •