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05.09.2018

Al bacino Colombaretta decine di piccole frane

La «bomba d’acqua» che sabato pomeriggio si è abbattuta sulla Valpolicella, immortalata nella fotografia  scattata da Paolo Fiorini all’altezza di Peschiera del GardaUno dei punti in cui è franato l’argine
La «bomba d’acqua» che sabato pomeriggio si è abbattuta sulla Valpolicella, immortalata nella fotografia scattata da Paolo Fiorini all’altezza di Peschiera del GardaUno dei punti in cui è franato l’argine

Vigneti ancora in ammollo a Colombaretta e dunque preoccupazione per la vendemmia, ma gli agricoltori lanciano un allarme che riguarda tutti: «L’argine che contiene la cassa di valle del bacino è franato in più punti: cosa succederà quando nel bacino entrerà l’acqua dell’Alpone?». Tutto questo accade alla vigilia delle operazioni di collaudo dell’opera e l’avvocato Annamaria Teresa Lombardi, che assiste il grosso dei proprietari dei fondi in un procedimento pendente al Tribunale superiore delle Acque contro la Regione, lancia l’altolà: «Il progetto, soprattutto per le criticità evidenziate sul sistema di scarico, va modificato prima del collaudo, non dopo, per risolvere pure il problema dello stagno che anche in periodo di asciutta si crea a ridosso del manufatto di sfioro. Diversamente la Regione espropri tutti i terreni, come chiediamo dall’inizio, e non ci sarà nessun problema per nessuno». Lei scrive da domenica alla Regione per segnalare le magagne emerse dalla notte del primo settembre, per chiedere la verifica congiunta dello stato dei luoghi e anche interventi urgenti. «È stata le Regione a garantire che dopo 48 ore dal riempimento i proprietari avrebbero potuto rientrare nei propri fondi: questa emergenza inaspettata, che nulla ha a che fare con l’Alpone, e che per questo fatto dovrà prevedere rifusione di eventuali danni, ha dimostrato che non è così. Il problema dello scarico lo abbiamo sollevato col primo ricorso, già nel 2015». Attende di sapere formalmente cosa è successo il 1° di settembre ma anche le soluzioni che si pensano di adottare e di sicuro la notizia degli smottamenti arginali non rassicura. Parlano gli agricoltori: «Una decina di frane distribuite sui quattro lati della cassa di valle, che quando sarà usata per l’Alpone sarà riempita fino al colmo, come possono farci stare tranquilli? Gli smottamenti sono su argini costruiti a contenimento del bacino», dicevano ieri accompagnandoci in sopralluogo, «anche sull’argine che separa la cassa di monte da quella di valle. Il problema, qui, rischia di essere ben più serio». Resta l’interrogativo sulla causa dell’allagamento della parte finale della cassa di monte e di tutti i 10 ettari di quella di valle. Il Consorzio di bonifica Alta pianura Veneta, che ha competenza sulla Roggia Vienega a cui è stata attribuita la responsabilità dell’allagamento e che per molti avrebbe riportato rotture, chiarisce: «La mole d’acqua è stata spaventosa e spero che questo sia chiaro per tutti, tale mole ha causato tracimazioni in più punti ma nessuna rottura», ha detto dopo un sopralluogo lungo via Dian il direttore dell’Apv Gianfranco Battistello. L’acqua, dunque, sarebbe arrivata così: da chiudere nell’ambito delle ipotesi un eventuale travaso (agevolato dalle quote e dalle pendenze) dalla cassa di monte verso quella di valle, oppure che il sistema, andato in tilt, abbia fatto funzionare la Vienega alla rovescia, alimentare anziché scaricare il bacino. Per gli agricoltori una cosa è certa: «Le parti di argine franate ostruiscono le scoline ai piedi degli argini stessi e anche questa situazione contribuisce a rallentare lo svuotamento e allunga i tempi per poter correre in soccorso delle nostre produzioni e delle piante». Problema comune anche al piccolo scolo che scorre alla destra della Vienega: il materiale franato da via Dian per circa 25 metri è depositato nel greto. Secondo il Consorzio di bonifica quel fosso non è demaniale, e dunque né Apv né Genio civile dovranno liberarlo, ma i privati. •

Paola Dalli Cani
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