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31.12.2009

Legge sul processo breve,
centinaia le inchieste a rischio


 Toghe sui banchi di un'aula di tribunale. Anche nella nostra città potrebbero essere devastanti gli effetti del ddl Gasparri
Toghe sui banchi di un'aula di tribunale. Anche nella nostra città potrebbero essere devastanti gli effetti del ddl Gasparri

Verona. Se dovesse passare il disegno di legge «ammazza-processi» una buona parte delle inchieste che hanno impegnato negli ultimi anni la procura scaligera finirebbero in archivio. O meglio, non si arriverebbe alla definizione del procedimento a causa della dichiarazione di estinzione «per violazione dei termini di ragionevole durata», come si legge nella relazione che accompagna il testo d'iniziativa di 18 senatori - tra cui Federico Bricolo e Piero Longo - meglio conosciuto come ddl Gasparri. «Il processo penale si considera iniziato», si legge, «alla data di assunzione della qualità di imputato (ovvero alla richiesta di rinvio a giudizio) e non sono considerati irragionevoli i periodi che non eccedono la durata di due anni per il primo grado, due anni per il grado d'appello e due anni per il giudizio di legittimità (la Cassazione)». Il tutto per reati che prevedono condanne inferiori ai 10 anni di reclusione e non si applica per i delitti di mafia, gli omicidi, le rapine e gli atti di terrorismo.
Ispiratore di quello che segnerebbe comunque la fine di centinaia di procedimenti è il principio che la Corte Europea dei Diritti dell'uomo adotta nell'affrontare le cause di risarcimento per l'irragionevole durata dei processi: il nostro Paese è quello che subisce il maggior numero di condanne e sono le cifre, o meglio i milioni di euro pagati dallo Stato, a dettare comunque, al di là delle critiche e della legittimità costituzionale del disegno di legge, il ritmo di una durata comunque eccessiva. Nel 2007 sono stati corrisposti a titolo di indennizzo 14,7 milioni di euro, 25 milioni nel 2008 e 13,6 milioni nei primi sei mesi del 2009. E a Verona?
[FIRMA]IL CASO SKINHEADS. Un esempio di casa di un procedimento lungo che si è concluso per gli imputati con il riconoscimento dell'equa riparazione, e conseguente risarcimento da parte del Ministero di Giustizia, è l'inchiesta sul Veneto Front Skinheads. Tempi eccessivi e vite sospese per coloro (43 in totale) che dopo 17 anni furono assolti. Le indagini iniziarono nel 1992 e nel 1994 si concretizzarono con sette custodie cautelari, per tutti l'accusa era di aver costituito un'associazione che aveva come scopo la discriminazione razziale, ovvero la violazione della norma 205/93, la «legge Mancino». La richiesta di rinvio a giudizio fu nel 1997, un anno dopo iniziò il processo nel corso del quale cambiarono tre collegi. Il 13 febbraio 2001 la prima pronuncia: terminata l'istruttoria, le parti avevano concluso ma il tribunale di Verona dichiarò la propria incompetenza e gli atti vennero trasmessi a Vicenza dove si ripartì dall'udienza preliminare. In venti vennero prosciolti dal gup, gli altri 23 affrontarono il dibattimento che si concluse il 22 ottobre 2004 con l'assoluzione «perchè il fatto non sussiste».La Procura generale impugnò nel 2005, il processo d'Appello fu fissato il 13 novembre 2008 e si concluse per la seconda volta con l'assoluzione di tutti gli imputati perchè l'associazione era legittima e «non intraprese iniziative concrete volte ad inneggiare a idee razziste». Nel gennaio 2009 la sentenza divenne irrevocabile per coloro che 17 anni prima erano finiti sotto indagine, all'epoca poco più che maggiorenni ora uomini fatti. I difensori presentarono ricorso alla Corte d'appello di Trento (competente a decidere) che in ottobre condannò il ministero a versare agli ex indagati-imputati-assolti poco più di diecimila euro a testa.
ATER IN ATTESA. Se quello al Veneto Front fu un processo che durò troppo ci sono inchieste che non sono ancora giunte al giro di boa rappresentato dall'avviso (noto come 415bis) che comunica all'indagato che l'inchiesta è chiusa ed è intenzione della procura esercitare l'azione penale, dalla data del ricevimento decorre il termine, elastico, di venti giorni entro i quali la difesa può produrre memorie. L'inchiesta che da cinque anni e mezzo attende la comunicazione che apre la fase giudiziaria è quella che investì la dirigenza dell'Ater ritenuta dalla procura responsabile di comportamenti censurabili e riguardanti le modalità con cui venivano concessi appalti e preferiti alcuni costruttori ad altri. Dipinta come l'avvio di una seconda Tangentopoli, stando alla ricostruzione operata dalla Guardia di Finanza, l'inchiesta fece emergere che il sistema poggiava su un meccanismo fino ad allora sconosciuto: veniva richiesto che le «prebende» si traducessero con l'acquisto di opere d'arte. Concussione, questa l'accusa che fece finire in carcere l'allora direttore e sul registro degli indagati i suoi familiari il il presidente dell'Azienda territoriale per l'edilizia residenziale (per lui la contestazione fu concorso in concussione e peculato). Un terremoto.
La misura per Luciano Castellani venne meno dopo 60 giorni (era il luglio 2004) e l'atto di fine indagine non è ancora stato spedito: la prescrizione per il reato più grave si attesta su dodici anni e mezzo, sarebbe anche applicabile l'indulto (lo sconto di tre anni in caso di condanna). Ma se dovesse essere approvato, il disegno di legge Gasparri cancellerebbe «l'affaire Ater»: fuori tempo massimo.
SANITA' E MAZZETTE. Corruzione l'accusa mossa dalla procura di Trento a funzionari regionali sia trentini che veneti, nei guai finirono anche il responsabile della clinica Pederzoli e la moglie. Chi in carcere, chi ai domiciliari il terremoto che investì una società che gestiva cliniche private e sospettata di ottenere favori da pubblici amministratori (il presidente del consiglio comunale di Rovereto Fabio Demattè e il segretario regionale alla Sanità veneta Franco Toniolo) si tradusse con un'ordinanza di custodia cautelare.
Le indagini vennero poi trasferite per competenza a Verona perchè nella nostra provincia si erano verificati i due episodi di corruzione, sia quello che riguardava l'ampliamento in deroga al prg della clinica Solatrix di Rovereto (titolare era Giuseppe Puntin, direttore generale Gianfranco Turchini) e quindi il denaro corrisposto a Demattè, che i 50mila euro consegnati sempre da Puntin a Toniolo (riferiti invece a una presunta tangente pagata al funzionario regionale per ottenere il trasferimento di posti letto dall'ospedale di Marzana a quello di Zevio). Fatti del 2005, arresti effettuati tra la fine del 2005 e l'aprile 2006, la chiusura delle indagini per questo filone è avvenuta in ottobre e comunque i reati sono coperti da indulto.
RIFIUTI, DISCARICHE E SIGILLI. Per alcuni anni la procura scaligera è finita alla ribalta delle cronache nazionali per le indagini in campo ambientale. Tra traffici illeciti di rifiuti e gestione non corretta degli impianti di smaltimento (perchè venivano trattati come non pericolosi scarti che invece lo erano) gli arresti e i sequestri vennero eseguiti in mezza Italia. L'operazione «Cagliostro», culminata nel 2005 con l'arresto di dodici persone, l'iscrizione di altre 29 nel registro degli indagati, il sequestro di sei aziende e di centonovantaquattro camion si era occupata di rifiuti che sulle bolle di accompagnamento del carico apparivano come «semplici» - e come tali smaltiti con costi bassissimi - ma in realtà erano speciali e pericolosi. L'inchiesta venne chiusa un anno dopo, 45 in totale gli indagati e tre i filoni d'inchiesta. La prima richiesta di rinvio a giudizio (per 4) fu nel 2007, nell'aprile 2008 l'udienza per le 29 persone che avevano scelto il rito ordinario davanti al tribunale collegiale e alcuni mesi dopo la decisione: la competenza territoriale restava a Legnago solo per un filone, quello principale. Tutto il resto venne ridistribuito tra le procure delle città di appartenenza degli indagati.
Ai primi di ottobre 2007 fu l'operazione «Money fluff» a scuotere aziende e enti di controllo: per le contestate irregolarità nello smaltimento del fluff e di rifiuti speciali furono eseguite nove ordinanze di custodia (in carcere e ai domiciliari) a carico dei vertici della Rotamfer (azienda con stabilimenti a Castelnuovo, Arese e Lugagnano). Ai domiciliari anche gli esperti che avrebbero dovuto agire come terzi controllori indipendenti ma che per l'accusa indipendenti non erano e tra loro anche l'ex direttore dell'Arpav, Attilio Tacconi, oggetto dell'inchiesta il sistema di misurazione degli idrocarburi (elemento in grado di differenziare la qualità dei materiali conferiti). Cambiò il Cda della Spa e i sigilli all'impianto vennero tolti, rimangono le resistenze delle amministrazioni locali per la riapertura (viene chiesta una nuova procedura di valutazione ambientale). L'indagine Rotamfer non è ancora stata chiusa mentre per quella sulla discarica di Pescantina e l'eccesso di percolato che provocò l'inquinamento della falda acquifera sottostante il processo per nove persone è stato formalmente aperto ma la discarica, sigillata alla fine di agosto del 2006, è ancora chiusa. Pochi giorni fa il tribunale del Riesame di Verona ha infatti respinto l'ennesima richiesta di dissequestro. Sono passati tre anni.

Fabiana Marcolini

Fabiana Marcolini
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