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18.04.2010

«Io speriamo che me la cavo» ora frequenta l'università


 Studenti durante una lezione all'università
Studenti durante una lezione all'università

Canicola? «Un gruppo di cani». Paludato? «infangato, sporco». Villoso? «Molto ricco» e che dire di acefalo tradotto come «senza pesci». Tutta l'Italia rise leggendo «Io speriamo che me la cavo. Sessanta temi di bambini napoletani», il libro scritto nel 1990 dal maestro elementare Marcello D'Orta che raccoglie i temi svolti dai bambini di una scuola elementare di Arzano, in provincia di Napoli, che raccontano con innocenza, umorismo, dialettismi (e infiniti errori grammaticali, appositamente non corretti) storie di vita quotidiana. Sono passati vent'anni, tre cicli di studi completati e ora è un professore universitario, Pierluigi Zannini, a riproporre, ironizzando sull'utilizzo smodato del termine «eccellenza» non riferito tanto al livello di determinate persone «ma a quello non meno eccelso di una crescente congerie di conoscenze», il paradosso. «Da una parte si inneggia alla distribuzione a piene mani dei predicati d'eccellenza come se ci trovassimo nel paese della cuccagna» e dall'altra «novità di segno opposto che sino a non molti anni or sono sarebbero state inimmaginabili nei nostri atenei».
Eccellenza e gli strafalcioni con cui si confronta leggendo gli elaborati dei giovani che fanno il test per accedere alla facoltà di Giurisprudenza o, peggio ancora, i compiti dei candidati agli esami di avvocato. Tutto in un articolo pubblicato su «Università», XXX, 1 - rivista a cura dell'Unione sindacale professori universitari di ruolo.
Cultore profondo e conoscitore sottile del diritto romano, docente all'Università di Torino, amato dai suoi studenti - nonostante la severità dimostrata nei suoi corsi - al punto da dedicargli un sito su Facebook Pierluigi Zannini, veronese di nascita ma piemontese d'elezione, il senso dell'umorismo tipico di chi porta sottopelle l'aria «frizzante del Baldo» l'ha conservato così come ha conservato legami di amicizia e lavoro (insegnò a Modena quando nella stessa Università il corso di Procedura penale era tenuto dall'avvocato Francesco Delaini).
«Questa non è la pagina personale di Pier Luigi Zannini, ma la pagina degli studenti che si sono gustati fino in fondo il suo corso di diritto romano, che ne ricordano gli aneddoti salaci e che non ne dimenticano l'inconfondibile accento veneto» si legge sul social network più famoso del mondo, e sulla rivista giuridica quegli «aneddoti salaci» che rendono le sue lezioni uniche nonostante la severità, dipingono il mondo universitario. O meglio lo scarso livello d'eccellenza di chi le frequenta.
«Penso alle cosiddette attività di orientamento, sostegno e recupero», scrive, «penso all'istituzione del tutor (tutore?) e penso al nuovo corso che prende il nome di "avvio alla logica e al discorso giuridico". E una domanda mi sfugge irriverente: non dovrebbero dei discenti di venti o addirittura venticinque anni aver già acquisito, oltre al far di conto e di grammatica, anche qualche consuetudine con il mondo affascinante della logica?».
E attraverso quanto «appreso» dai test di autovalutazione redatti dalle matricole della facoltà di Giurisprudenza elenca gli esempi pratici, gli strafalcioni che definisce memorabili. Inviso: «piuttosto pallido», disattento: «più attento ancora» oppure esule che altro non è che «uno molto magro».
«In una recentissima prova scritta del mio corso di Istituzioni di diritto romano il gestore d'affari viene a più riprese denominato "il gestante"; meno recente la definizione di furto quale "contratto con causa illecita" e quella di fedecommesso quale "commesso di fiducia"». Non va meglio agli esami di avvocato (che presuppongono oltre alla laurea almeno un biennio di tirocinio) dove «il contrasto rispetto alla volontà del dominus è espresso, con un calcio alla privacy, dall'inciso in vito domino; mentre la formula "giusta procura di..." è sciolta così: "secondo la giusta procura di.."». E la riflessione si impone: «Prima di mandare i devoti di Erasmo in giro per il mondo a misurarsi con l'inglese o lo spagnolo non dovremmo mandarne, piuttosto, una parte in Toscana per imparare - là dove sgorgano le sue fonti - l'amatissima lingua nostra?».
Fabiana Marcolini

Fabiana Marcolini
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