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31.01.2016

Io credo risorgerò
Il calcio club
del prete tifoso

Alcuni degli iscritti al calcio club dell’Hellas Verona «Io credo risorgerò». Si ritrovano alla domenica anche per le partite in trasfertaDon Cristian Tosi studia Teologia a Milano durante la settimana
Alcuni degli iscritti al calcio club dell’Hellas Verona «Io credo risorgerò». Si ritrovano alla domenica anche per le partite in trasfertaDon Cristian Tosi studia Teologia a Milano durante la settimana

Vittorie: zero. Nessuna gioia, neanche una paretesi di sollievo, in questa stagione calcistica, da parte di un Hellas rotolato tristemente in fondo alla classifica. L’ombra della serie B si allunga minacciosa. Senza nemmeno più la forza di inveire, i tifosi si guardano tra loro sconsolati; vagano con lo sguardo in cerca di un appiglio.

Poi da qualche parte, fra curva e tribuna, si leva solitaria una voce: «Io credo, risorgerò…». Prima debole, il ritornello sacro prende via via forza. Finché lo cantano tutti, compresi gli atei inveterati. E così si esce dallo stadio, felici no, ma almeno un po’ speranzosi. E «purificati».

Ma chi ha intonato? Bisogna focalizzare una figura: un giovanotto fra i tanti della tifoseria – sembra – capelli cortissimi, ben piazzato, spalle larghe, sciarpa gialloblù. È Cristian Tosi, 31 anni. Ma con un appellativo davanti al nome che cambia tutto: don. «È proprio quando le cose vanno male», sentenzia, «che bisogna avere fede».

Don Cristian Tosi, nativo di Tregnago, sacerdote nella parrocchia Santi Angeli Custodi dello Stadio, sette anni fa ha consacrato la vita al Signore. Dopo cinque anni a Bovolone e una parentesi a Valeggio, nel 2014 è stato inviato nel quartiere del Bentegodi in aiuto al parroco don Marco Bozzola e al vicario don Giuseppe Valensisi.

Durante i giorni feriali, per espressa volontà del vescovo Giuseppe Zenti, don Cristian è a Milano per studiare Teologia. Ma nel week-end torna a Verona a celebrare la liturgia. Anzi, le liturgie. Una sacra, la messa, e una profana, la partita dell’Hellas. Trasferte comprese, quando possibile.

Ma c’è di più. È lui che ha fondato, lo scorso 22 novembre, l’Hellas club «Io credo risorgerò», che conta già 120 iscritti.

«È il coro giusto per questa stagione», spiega, non senza un sospiro. «Un canto che, però, ha fatto da sottofondo anche ai momenti felici: 18 maggio 2013, Verona-Empoli, promozione in serie A». Don Cristian è tifoso gialloblù da sempre: «Già alle medie io, ragazzino, prendevo da solo il pullman a Tregnago per andare allo stadio. La fede in Cristo e la fede calcistica sono cresciute insieme, dentro di me, senza mai ostacolarsi. Non sempre sacro e profano sono in conflitto».

Il sacerdote tiene a precisare che «il nostro gruppo è aconfessionale e aperto a tutti. Il più giovane ha sei mesi, figlio di una coppia di tifosi. Il più anziano? Dico solo che, alla cena natalizia del club, ci ha raccontato gli aneddoti su Brescia-Verona 1947. Che noi abbiamo ascoltato, ovviamente, in religioso silenzio».

Lui sa che la tifoseria non gode di ottima reputazione: «È una grande forza che va incanalata», risponde semplicemente.

«Come un fiume, che non deve essere imbrigliato, né lasciato strabordare, ma convogliato nel giusto percorso». Ormai tutti, al Bentegodi, sanno che Cristian è don Cristian.

«Sono stati rari i casi in cui mi hanno trattato da diverso oppure mi è stato mancato di rispetto. Perché allo stadio non conta il tuo ruolo sociale», sottolinea, «ti guadagni la fiducia con il tifo. E io, beh, ci metto molta passione. Quando la gente vede che canto, esulto, stringo i denti e vado in trasferta, le distanze si annullano».

Inizialmente c’è stata, è vero, un po’ di «diffidenza» da parte di alcuni: «Una volta c’era un tale, proprio in fianco a me, che inanellava una bestemmia dietro l’altra. Sembrava lo facesse apposta. Gli ho detto: “Poi io e te facciamo un discorso”. Ma lui mi ha mandato a quel paese. “Lascia perdere, sono anticlericale e odio i preti”, mi ha ringhiato. “Grazie”. “Come, grazie?”. “È per gli irriducibili come te se il mio lavoro è a tempo indeterminato”». Sono diventati amici.

Don Cristian ha portato un po’ di scompiglio anche ai cancelli. «Ah-ah! Cosa abbiamo nascosto qui: un coltello, una lama?», ha ghignato il poliziotto addetto alle perquisizioni, tastando la gola di quel - apparentemente - comunissimo tifoso. Ma l’agente è rimasto di sasso quando, scostata la sciarpa gialloblù, ha visto spuntare il clergyman. Altro che lama.

Nuova partita, altra perquisizione. «I poliziotti erano indecisi se sequestrarmi il rosario. Discutevano se fosse da considerare un “oggetto contundente”. Non capivo: scherzavano o erano seri? Alla fine ho tagliato corto: “Quella corona mi è stata donata da Benedetto XVI nella sua visita a Verona, e chiunque ne entri in possesso ha una sola possibilità: recitarla ogni giorno”. Mi hanno riconsegnato il rosario e lasciato passare».

Infine, da tifoso tra i tifosi, don Cristian ha pure il merito di qualche conversione: «Alla fine di un match sofferto sono arrivati da me in tre. “Don”, mi hanno detto, “ci è scappata qualche parola di troppo… Vorremmo confessarci”. Di stucco, ho chiesto da quanto tempo non si accostavano al sacramento della riconciliazione. “Da trent’anni!”. “Ragazzi”, ho concluso, “facciamo un lavoro ben fatto dopo la partita di ritorno”».

Lorenza Costantino
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