CHIUDI
CHIUDI
Seguici
Sezioni
Servizi
Cerca

07.10.2017

Il prete accusato
di omicidio: «Non
l'ho ucciso io»

Monsignor Piccoli con il suo avvocato (DIENNE)
Monsignor Piccoli con il suo avvocato (DIENNE)

Accusato dell’omicidio di un prete, per la prima volta il veronese monsignor Paolo Pietro Piccoli accetta di raccontare la sua verità. E lo fa a pochi giorni dall’udienza del processo che lo vede accusato di quell’ omicidio.

Ecco la storia. Il 25 aprile 2014 monsignor Giuseppe Rocco, 92 anni, viene trovato morto ai piedi del suo letto nella Casa del clero di via Besenghi, a Trieste. L’autopsia disse che l’anziano era stato strangolato dopo che inizialmente sembrava fosse morto per cause naturali. La Procura giuliana aprì un fascicolo e i Ris setacciarono la foresteria, la stanza del defunto e quelle degli altri ospiti. Era scomparsa una catenina che monsignor Rocco portava sempre con sé: gli inquirenti arrivarono alla conclusione che lui e il suo assassino si conoscevano. Da subito le indagini si concentrano sulle persone ospitate in quei giorni alla Casa del clero.

 

Dopo due anni, da super-testimone don Piccoli, incardinato nell’arcidiocesi aquilana da quasi trent’anni, diventò indagato: il pm Nicola Tripani chiese il suo rinvio a giudizio per il reato di omicidio aggravato. Ad accusare Piccoli ci sarebbero una serie di piccole macchie di sangue trovate sulle lenzuola della vittima che combacerebbero con il Dna del sacerdote veronese. Il quale si era difeso sostenendo di essere affetto da una malattia dermatologica che gli provoca delle piccole emorragie, anche alle mani: il sangue sarebbe caduto mentre dava l’estrema unzione a monsignor Rocco.

Nei giorni precedenti alla morte, dalla stanza dell’anziano prelato sarebbero spariti alcuni oggetti, non solo sacri: una Madonna e una bomboniera. Monsignor Piccoli ha un curriculm di tutto rispetto: officiale di curia, monsignore canonico aquilano, cappellano del Sovrano ordine di Malta dal 1997, ufficiale cappellano di bordo della Marina mercantile, attivissimo collaboratore di Forze armate e vigili del fuoco durante il terremoto de L’Aquila.

Insomma, il fatto che potrebbe aver ucciso per una catenina d’oro stride, e parecchio. «Sono stato silente e ritirato per tre anni, su suggerimento del mio avvocato dell’epoca. Ma ora dico basta», sottolinea nello studio dell’avvocato Diego Perini, ma in tribunale ci saranno anche l’avvocato Vincenzo Calderoni con il collega Stefano Cesco di Pordenone.

 

«Io non ho ucciso monsignor Rocco, non ne avrei avuto alcun motivo. Non c’è un movente. Posso aver ucciso un uomo per una collana d’oro, e alcuni oggetti di nessun valore? A casa mia vennero sequestrati oggetti per centinaia di migliaia di euro, e poi dissequestrati. Sopralluoghi dei carabinieri dei Beni culturali e avrei ucciso per una bomboniera e una collana d’oro?». Dalla sua, il monsignore veronese ha una risultanza autoptica che non coinciderebbe a parere della difesa con l’analisi del medico legale.

«È una conclusione eccentrica e contiene elementi in netto contrasto con le conclusioni», dice l’avvocato Calderoni, «come ha evidenziato il nostro perito, considerato anche lo stato dei polmoni della vittima. E poi ci sono intercettazioni telefoniche che complicano parecchio il quadro, ma non certo per il nostro assistito». La maggior accusatrice di Piccoli è la perpetua della vittima, Eleonora Laura Dibitonto, che ha appena pubblicato un libro in cui promette «di fare luce sull’assassinio di Rocco», dopo aver scritto che aveva incontrato la prima volta don Rocco a 17 anni e da allora lo aveva sempre seguito.

 

«L’analisi complessiva del corposissimo fascicolo delle indagini fa emergere un fosco quadro provinciale di complotto da sacrestia ammuffita, infestata da colpevoli ciarle inventate, tanto da sviare l’attenzione da accadimenti oggettivi e risultanze processuali di fondamentale importanza per l’accertamento della verità», continua monsignor Piccoli, «ci sono particolari che non sono ancora emersi, ma emergeranno a processo, migliaia di euro trafficati loscamente (sostiene che il de cuius avesse intestato una polizza vita da 150mila euro alla perpetua, beneficiandola pure di una casa ndr), contraddizioni, ritrattazioni, continui tentativi di pervertire i media e l’opinione pubblica. Io so di dare fastidio a molti. Quando abitavo nella casa del clero perchè stavo male sono stato rimproverato anche perchè tenevo con me i miei due cani. Ma non sono un assassino».

Alessandra Vaccari
Commenta

Partecipa. Inviaci i tuoi commenti

Attenzione: L'intervento non verrà pubblicato fino a quando il moderatore non lo avrà letto ed approvato. I commenti ritenuti inadatti o offensivi non saranno pubblicati.

Informativa privacy: L’invio di un commento richiede l’utilizzo di un “cookie di dominio” secondo quanto indicato nella Privacy Policy del sito; l’invio del commento costituisce pertanto consenso informato allo scarico del cookie sul terminale utilizzato.

pagine 1 di 1