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08.11.2018

Gli «angeli» nell’apocalisse di fango in Agordino. «Grazie per il vostro grande cuore»

DALL'INVIATO NELL’AGORDINO (BL)

La pala della ruspa trasporta fuori da una strada di Palue di Sottoguda, a 1.250 metri di altitudine, in Comune di Rocca Pietore nel Bellunese, sotto la Marmolada, un cumulo di sassi impastati con fango e sterpaglia, tra una casa e il torrente Pettorina, esondato. Pioviggina e il grigio del cielo rende ancora più opprimente lo scenario. Fatto di terra bagnata. Di boschi con alberi spazzati via, sradicati da un vento a forza mille, di blocchi di montagna caduti, casette impantanate fino al primo piano. Il fiumiciattolo riempitosi di pioggia, ma anche i torrentelli che scendono dai versanti attorno al centro abitato, hanno se possibile peggiorato i danni. «È da tre giorni che portiamo fuori fango da cantine, garage e taverne e anche dai piani più alti delle abitazioni e dei locali e uffici. E poi bisogna con il badile ripulire continuamente le strade. Qui è stato davvero un disastro, e noi siamo qui per dare una mano».

Luigi Casella è un volontario della Protezione civile del Comune di Malcesine, presente con Rino Lombardi, pure lui del paese dell'alto lago di Garda. Sono due della cinquantina di volontari veronesi della Protezione civile, sia dei Comuni che delle squadre di Polizia municipale, sia dell'Associazione nazionale alpini, partiti finora, e alcuni sono in arrivo, per le terre del Veneto, in particolare dell'Agordino e della fascia pedemontana e montana. Gioielli della natura, con le vicine Dolomiti patrimonio dell'Unesco, meta mondiale di turisti ed escursionisti. «Abbiamo lavorato dalla prima luce dell'alba fino a quando arriva l'oscurità», sottolinea Lombardi, che insieme al collega dà la cifra della riconoscenza della gente del posto, verso le decine di volontari qui e nella zone colpite – come del resto nel Trevigiano e in parte del territorio vicentino – stanno mettendo a disposizione il loro tempo per chi si trova in uno stato di bisogno. «Bastano gli sguardi», dicono Casella e Lombardi, «per dire quanto ci sono grati». I residenti non stanno certo a guardare. Sono qui, “orfani” dei famosi Serrai di Sottoguda, le lunghe gole fra le rocce a picco con la strada ormai distrutta. Fuori dal suo hotel ristorante Marianna, Lucio Sabatini, proprietario, proveniente dall'Italia centrale e qui da 11 anni, sta portando fuori tutti i mobili e gli arredi.

«Cinque metri di fango, ci vorrà un bel po' di tempo per sistemare tutto. Ma vogliamo farlo, perché qui bisogna ripartire, per la prossima stagione». Vittorio Bartoli, 78 anni, ex carpentiere: «Io ricordo l'alluvione e i disastri del 1966 e altri disagi più recenti, ma io non ho mai visto scene. del genere, con migliaia di alberi caduti come birilli. Ricominceremo, come sempre. Solo che qui quando muoiono due anziani si chiude una casa. Di giovani ne restano pochi. E senza quelli non si va avanti».

 

Lungo la vallata che passa anche da Alleghe, le strade offrono scorci apocalittici. Boschi appiattiti, abeti e larici orizzontali. Alcune case scoperchiate. Operai e volontari con le motoseghe tagliano tronchi a pezzi. Numerosi militari presidiano i punti nevralgici delle strade. I volontari veronesi, come le altre decine dall'intera regione e non solo, hanno numerosi punti di raccolta.

Nella palestra di Tiabon, tra Agordo e Cencenighe, c'è la mensa e un dormitorio per un centinaio di persone. Ad Agordo un magazzino di viveri e coperte, dove pure operano dei veronesi. A Cencenighe, a ripulire un piazzale, un parcheggio e anche un eco-centro, poco sotto la frazione, hanno lavorato quattro volontari della squadra della Protezione civile della Polizia municipale di Verona. «Abbiamo utilizzato badili, ma anche un modulo antincendi con una pompa idropulente, oltre alle colonnine idranti della fabbrica di occhiali della Luxottica, qui vicino», dicono gli agenti Remo Fattorelli e Nicola Pongiluppi, che hanno portato a termine il lavoro. In un paese, Cencenighe, che fu invaso da fango e detriti nell'alluvione del 4 novembre 1966, quando tracimò il torrente Cordevole. Dopo le calamità naturali la solidarietà degli italiani e l'ottima preparazione della Protezione civile sono una garanzia di qualità. La macchina della solidarietà, però, offre anche un servizio sul fronte sicurezza. Nelle vallate dell'Agordino i volontari dell'Associazione nazionale carabinieri, tra cui tre di San Bonifacio, girano tutto il giorno per controllare il territorio. «Forniamo assistenza alla viabilità e vigilanza anti-sciacallaggio». In pista, come tanti loro colleghi già operanti o che presto arriveranno nel Bellunese. Per “fare”, non per “parlare”. Prima che cada la neve e arrivi il gelo.

 

TESTIMONIANZA. Alberta Avogaro, veronese doc, vive a Frassenè Agordino da 30 anni «Voglio ringraziare la mia città e tutti i veneti per il loro grande cuore»

«Tegole che volavano via e alberi giù come birilli»

C’ è tanto cuore di Verona nelle terre agordine colpite dal maltempo al punto da modificare il paesaggio. E che paesaggio. I boschi, prima delle rocce dolomitiche, sono stati spazzati via. «Quello dietro casa mia non lo riconosciamo più. Sono nata e cresciuta a Verona, ma da quando avevo venti giorni papà e mamma mi hanno portato in vacanza qui. Ecco, il mio cuore in realtà è diviso a metà tra Verona e Frassenè Agordino». Alberta Avogaro, medico di base in pensione da poco, abita a Frassenè Agordino da trent’anni. I suoi nonni fecero costruire qui una casa, nel 1935, per le vacanze. Questa casa resta anche quella di vacanza di suoi parenti veronesi, la famiglia Ongarelli. 

«Mio marito era medico qui e io l’ho seguito, in questa terra meravigliosa, che ora è stata così duramente colpita», ricorda Alberta, che ha studiato a Verona, al liceo Maffei, e poi si è laureata in medicina all’Università scaligera, alla facoltà allora ancora affiliata a quella di Padova. «Nel 1966 avevo soltanto 11 anni e non vivevo qui, comunque dai ricordi dei miei genitori e dei miei parenti quella fu senz’altro un’ondata di maltempo eccezionale, che provocò danni enormi», racconta, «mentre stavolta purtroppo ho vissuto tutto in prima persona. Devo dire che rispetto ad altri centri Frassené è stata meno colpita», prosegue, «ma certamente i danni ci sono stati: tegole volate via dai tetti, grossi alberi caduti sulle strade e anche su un ristorante. Un ranch qui vicino, con molti animali, è stato invece letteralmente travolto e ha subito danni rilevanti». Certo, dietro casa c’ è un bosco, che Alberta giudica irriconoscibile: «Le piante abbattute sono numerose e purtroppo ci vorrà molto tempo prima che ricrescano, ma per fortuna almeno le abitazioni non sono state scoperchiate. Questa terra, comunque, meta di vacanze e villeggiature oltre che luogo di residenza, vuole però reagire e ripartire».

Prima di questa ripartenza, però, c’ è ancora tanto da fare per riassettare le strade e per tagliare le piante. Anche se, a Frassené come nelle altre arree del Bellunese e del Veneto colpite nei giorni scorsi, ci vorranno degli anni, considerando che si calcola essere stati abbattuti quattordici milioni di piante, tra abeti, larici e altre, in tutta la regione. Il primo pensiero di Alberta Avogaro, rimasta in contatto in questi giorni costantemente con i parenti veronesi, come con il cugino Michele Ongarelli, 52 anni, ingegnere, che ha raccolto e inviato tante testimonianze di solidarietà e vicinanza di molti veronesi. «Vorrei però attraverso il giornale ringraziare con tutto il cuore, davvero, i numerosi volontari della Protezione civile che fin dalle prime ore dopo il disastro, sia qui che nei paesi vicini, si sono adoperati con grande forza per aiutarci e per mettere in sicurezza strade e altri servizi», racconta ancora Alberta. «Hanno subito tagliato gli alberi a pezzi per evitare che restassero sulle strade e hanno ripulito tutto dal fango e da detriti, in maniera capillare. Sono eccezionali, questi volontari. La nostra regione, ma direi l’Italia l’intera, deve andare orgogliosa di queste persone, che prim’ancora che si metta in moto la macchina istituzionale dei soccorsi, si prodigano per gli altri».

E qui ricordano ancora con grande affetto don Stefano Gorzegno, il prete veronese morto annegato in una spiaggia dell’Adriatico per salvare un bambino. Don Stefano fu parroco qui cinque anni, dal 1996 al 2001. L’Agordino, una terra con tanto cuore veronese.

Enrico Giardini
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