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25.03.2018

«Così a Montorio salvai 30 detenuti dai boia nazisti»

Lina Bussola, 92 anni tra un mese,  racconta per la prima volta come ha salvato una trentina di detenutiLina Bussola ai tempi dell’occupazione nazistaLa casermette di Montorio, dove ora sorge la caserma Duca, in una foto d’epoca
Lina Bussola, 92 anni tra un mese, racconta per la prima volta come ha salvato una trentina di detenutiLina Bussola ai tempi dell’occupazione nazistaLa casermette di Montorio, dove ora sorge la caserma Duca, in una foto d’epoca

Lina ha fatto quello che doveva fare. La cosa giusta con i mezzi che aveva. Ma non ha mai dato importanza al suo gesto vivendo senza pensare che la bella ragazza che era, dai boccoli biondi e dagli occhi profondi da diva del cinema, seppur segnati dal lutto, aveva salvato una trentina di persone. Lina Bussola oggi è un’esile signora che compirà 92 anni, come la regina Elisabetta, il 21 aprile. E solo ora, per la prima volta dopo 75 anni, rivela che grazie al suo impiego alle poste tedesche alle casermette di Montorio, dal 1943 alla fine della guerra, riuscì a liberare tanti giovani lì torturati e destinati alla deportazione in Germania. Nel suo appartamento in zona Stadio, dove abita con l’unico figlio, Roberto Giunta, 56 anni, ci mostra le belle foto di lei da giovane e del marito in divisa, Francesco Giunta, conosciuto durante la guerra e sposato «il 28.10.1950». Non dimentica una data, Lina: «A dicembre 1943 presi impiego alle poste tedesche. Avevo studiato alle Orsoline e sapevo un po’ la lingua. Mi avevano detto che lì c’era lavoro e mi presentai». Lina abita a Quinzano. Arriva alle casermette in bicicletta. Passa la posta civile e militare, controlla che le buste non contengano materiale anomalo, prepara documenti e lasciapassare. «Le poste erano al terzo fabbricato delle casermette. Per raggiungerlo dovevo passare davanti alle prime due casette, dove c’erano in prigionieri». Ogni giorno, passandoci davanti, Lina accelera il passo per non guardare né sentire: «Esponevano i cadaveri e i moribondi con i segni della tortura: le mani con le unghie strappate, le pupille a penzoloni dalle orbite. La scena tuttora mi ricorda quando i macellai esponevano all’aperto la carne in vendita. Ma non si dovevano fare commenti. Un giorno mi lasciai sfuggire un’espressione addolorata e un repubblichino mi disse: “Non hai visto cosa fanno i partigiani ai nostri”. Quel giorno rischiai. Ma avevo bisogno di quel lavoro. Così andavo avanti». Lina, infatti, quasi subito diventa il perno della famiglia. Il padre, Silvio Bussola, impiegato in ferrovia, il 28 gennaio ’44, muore per un bombardamento a Santa Lucia, lasciando la moglie, Maria Silvestri, sola con sette figli. La donna per il dispiacere smette di parlare. Lina è la secondogenita. Più grande di lei c’è Dina, che sostituisce il padre in ferrovia, poi Sandra, Luigi, Dino, Tiziano e Giuseppe di 6 anni. «Papà durante un allarme aereo si era nascosto in un rifugio. Ma non si sentiva sicuro e uscì. Fu ucciso da un albero abbattuto da una bomba. Coperto di terra e di rami lo trovammo solo otto giorni dopo, quando sistemarono le piante. Ero andata a cercarlo con un lembo della stoffa dei suoi pantaloni a mo’ di campione dietro il cimitero monumentale dove c’erano mucchi di cadaveri smembrati». È dura, ma Lina va avanti. Ogni giorno attraversa il cortile, ascolta i lamenti dei prigionieri e le suppliche delle madri ai cancelli che chiedono aiuto: «A volte le facevo entrare con me. A volte per conto loro inviavo pacchi ai figli in prigionia tramite le poste tedesche perché erano più efficienti». Ma soprattutto Lina è la segretaria dell’ufficiale che dirige le poste. «Si fidava di me. Firmava i lasciapassare giornalieri di ingresso e uscita dalle casermette. Io li impilavo tutti e lui li passava velocemente firmandoli. Ne inserivo uno ogni tanto con il nome di un prigioniero indicatomi da una mamma, che così usciva col lasciapassare intestato». Lina salva da quell’inferno una trentina di persone. A casa sua, intanto, nel granaio nasconde un nonno con il nipotino, entrambi ebrei, che sopravvivranno. Dal cielo, invece, piovono bombe. «In caso di allarme aereo noi dipendenti civili venivamo trasportati coi camion in campagna a Ponte Florio. In uno di quei giorni ero a braccetto con la mia amica, Maria Grigolati. Una bomba a farfalla cadde e la uccise. Io persi i sensi sanguinante e fui creduta morta». Lina si sveglia all’ex maternità di Santo Stefano, in via Moschini. È sopra una pila di morti, se ne sente anche addosso. «Pensavo di essere morta. Ma quando tentai di buttare giù una gamba sentii il movimento e capii che ero viva. Mi liberai e pian piano, a piedi, sporca di sangue, raggiunsi Quinzano. Entrata in casa c’era il parroco che consolava mia madre, avvisata della mia morte». Nel frattempo nei paraggi di casa sua si aggira Francesco Giunta. È un militare siciliano, di Modica. Con l’armistizio non ha aderito alla Repubblica sociale, si è tolto la divisa e il paese lo aiuta. Il destino dei due, però, si intreccerà alla stazione di Balconi. Finita la guerra Francesco rimette la divisa e coordina le operazioni di accoglienza dei deportati che in treno arrivano nella frazione di Pescantina. Lina si dà da fare anche lì portando viveri. I due si innamorano, si sposano. Lina lavorerà come impiegata al ministero della difesa. Militerà anche nella Democrazia Cristiana. Non ha più visto le casermette: «Mi hanno segnato la gioventù. Come la guerra. Verona era una miseria totale. Ricordo i cigli della strada per Parona coperta di cadaveri di tedeschi e cavalli morti. Quando sentii suonare le campane che annunciavano la fine della guerra piansi. Era la fine, ma per me era anche un lutto: avevo perso mio padre, un uomo affettuoso». Lina rifiuterà la pensione di partigiana, avendo già quella di orfana di guerra. E solo oggi, dopo tanti anni, rispolvera quella storia. Ma non crede di aver fatto alcunché di eroico. Scrolla le spalle e sorride: «Ho fatto quello che potevo fare». • © RIPRODUZIONE RISERVATA

Maria Vittoria Adami
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