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03.12.2017

«Eccolo, è il papà! Torna dal fronte» Ma non era lui

Il foglio matricolare di De Togni: riporta la sua storia durante la guerraRodi De Togni, classe 1923, con la palla di vetro regalatagli da un’anziana durante la priginionia
Il foglio matricolare di De Togni: riporta la sua storia durante la guerraRodi De Togni, classe 1923, con la palla di vetro regalatagli da un’anziana durante la priginionia

Serena Marchi Era capo camerata dell’Area 48, in uno dei tre sotto campi di concentramento di Mauthausen, a Linz. Lavori forzati per due anni. Snocciola date e ricordi con la precisione di un computer Rodi De Togni, classe 1923, nella sua casa a Vallese di Oppeano. Il racconto della sua vita parte da lontano. «Sono nato e cresciuto a Vigasio. Ero il secondo di sette figli, sono andato a scuola fino alla terza elementare e poi ho fatto gli ultimi due anni alle serali perché a quei tempi le potevi fare solo di sera. Di giorno si lavorava». Nel 1942 ha 19 anni, non è fidanzato e fa il contadino, quando viene chiamato alle armi. «Sono stato assegnato al distretto di Verona. Dopo poco, nel maggio del 1943, sono stato trasferito nel quinto contraereo di Padova dove sono rimasto qualche settimana prima di partire per il 113° reggimento di Napoli». Ma anche qui, il soldato De Togni rimane poco. «Il 29 luglio ho raggiunto Bari e il 31 luglio, alle 17, ci hanno imbarcati su una nave. Direzione Durazzo». Nel Regno di Albania, la cui corona era stata consegnata nelle mani di re Vittorio Emanuele III, Rodi cambia reggimento e viene assegnato al reparto autisti. Il tono di voce gli si spezza, quando inizia a raccontare dell’8 settembre 1943. «Ero di guardia a una polveriera, a Valona. Era mezzogiorno e i tedeschi presero il comando del nostro reggimento. Avevamo notizie confuse dell’armistizio e non sapevamo bene cosa stesse accadendo. Quella notte i partigiani tentarono di assaltare il nostro campo ma non ce la fecero. C’erano morti ovunque. Io e altri miei compagni riuscimmo a salvarci buttandoci in una trincea. Avevamo le pallottole che ci sfioravano in continuazione la testa». La mattina seguente i partigiani si arrendono e si consegnano ai tedeschi. «Noi soldati fummo messi tutti in fila indiana e stipati su un treno a carbone, senza tetto. Eravamo in sessanta per vagone, in condizioni pietose. Non sapevamo dove fossimo diretti. Abbiamo viaggiato cinque giorni e cinque notti, ininterrottamente, fino ad arrivare a Belgrado». Qui Rodi viene imbarcato su una nave, sul Danubio. Direzione Vienna. «Siamo sbarcati in condizioni pietose. Noi sopravvissuti fummo messi in quarantena perché eravamo pieni di pidocchi. Io, sotto le ascelle, ero pieno di piaghe di sangue provocate dagli insetti». Rodi arriva al campo di Linz, un distacco del vicino campo di concentramento di Mauthausen. «Ci svegliavamo la mattina molto presto e a piedi raggiungevamo il cantiere di una galleria in costruzione, sotto a un monte. Io portavo fuori i secchi del materiale di scavo. Si lavorava dodici ore al giorno, tutta la settimana tranne il sabato pomeriggio. Alla sera rientravamo nella nostra baracca in cui avevamo una stufa, cucinavamo bucce di patate o altri resti che trovavamo nei bidoni della spazzatura». De Togni vive a Linz per un anno e mezzo, fino all’arrivo degli americani. «Era il 5 maggio 1945 quando le truppe a stelle e strisce entrarono nel nostro campo e ci liberarono. Ricordo il sapore del cibo che ci diedero gli alleati. E non mi sembrava vero: era tutto finito, si tornava a casa». IL 19 GIUGNO De Togni sale su un treno per Bolzano. «Oltre non si poteva arrivare perché la linea ferroviaria era stata fatta saltare in aria». A Bolzano, ad aspettare i soldati, ci sono i camion messi a disposizione dal Vaticano. «Facevano salire al massimo trenta persone per volta. Io sono salito su uno che andava a Mantova, passando da Verona. Scesi a Porta Nuova dove trovai un amico con il quale, a piedi, tornai a Vigasio». E qui, il novantaquattrenne Rodi, si commuove. «Quando sono arrivato all’inizio della via di casa mia mi sono corse incontro tredici, quattordici famiglie. Ognuna attendeva il ritorno dalla guerra di un proprio caro. Mi ricordo una bambina di forse cinque, sei anni che aspettava il suo papà. Ma non ero io... Quando sono rientrato a casa mia, mio padre era a lavorare in stalla, mia mamma a pescare al fiume. Appena mi hanno visto sono esplosi in urla di gioia, ormai non ci speravano più di vedermi tornare vivo». Oggi Rodi è uno degli ultimi due reduci ancora in vita dell’associazione dei reduci di guerra della sezione di Oppeano, di cui è presidente onorario. E quando gli si chiede qual è il segreto della sua lunga vita, non ha dubbi: «Mangiare quattro fette di polenta e renga ogni mattina, a colazione, accompagnate da una tazzina di caffè con mezzo cucchiaino di grappa. E mantenere la calma, sempre. Al resto, ci pensa il Signore». •

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