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28.07.2018

Padre investito dall’auto vale il maxi risarcimento

Il luogo, via Molino di Sopra a Nogara, dove avvenne l’investimento
Il luogo, via Molino di Sopra a Nogara, dove avvenne l’investimento

Alessandra Vaccari Non c’è prezzo che paghi la perdita di una vita, ma un maxi indennizzo aiuta di certo chi resta a campare meglio. Soprattutto se si considera, come in questo caso, che a venir meno era stato un capo famiglia, con un figlio adolescente che era stato costretto a lasciare la scuola e ad iniziare a lavorare. Il Tribunale civile di Monza (in sede civile si può scegliere a quale tribunale appoggiarsi), ha condannato F.P., 47enne di Nogara, al pagamento di 358mila euro per la morte di un uomo travolto e ucciso a Nogara la notte del 3 luglio del 2013. È quanto stabilito dal giudice, della seconda sezione civile, Manuela Laub, a integrazione del risarcimento di 500mila euro già ottenuto dalla moglie e dai due figli minori della vittima affidandosi a Giesse risarcimento danni di San Giovanni Lupatoto, gruppo specializzato nel risarcimento di incidenti stradali mortali. In sede penale, le accuse a carico dell’automobilista erano state invece subito archiviate, non avendo il giudice ravvisato elementi sufficienti a sostenere l’ipotesi di omicidio colposo. L’ACCADUTO. Mancavano pochi minuti alle 4 di mattina del 3 luglio 2013 quando N.B, che da lì a breve avrebbe iniziato il suo turno di lavoro, stava percorrendo la statale 12, in via Molino di Sopra, in direzione di Isola della Scala. Come in seguito hanno accertato i periti e il consulente tecnico nominati dal gruppo Giesse e dalla Procura, l’uomo stava camminando sul margine destro della carreggiata, spingendo a mano e a fari spenti, il suo motorino Ciao Piaggio che poco prima aveva smesso improvvisamente di funzionare. Non indossava il casco, che portava probabilmente allacciato al braccio, e purtroppo nemmeno alcun indumento ad alta visibilità. All’improvviso era stato violentemente travolto e scaraventato sull’asfalto dall’Alfa Romeo 156 condotta da F.P., che viaggiava lungo lo stesso senso di marcia del motociclista, anch’egli per recarsi al lavoro. A nulla era servito il tempestivo intervento dell’ambulanza, chiamata in via Molino dallo stesso investitore: il personale sanitario arrivati sul posto non aveva potuto far altro che constatare il decesso dell’uomo, in seguito al gravissimo trauma subìto. LA RESPONSABILITÀ. Secondo il consulente tecnico nominato dal tribunale di Monza, «l’ipotesi più probabile è che la vittima sia stata investita non appena ha iniziato ad attraversare la carreggiata», dopo essersi trovato a dover spingere a mano il ciclomotore lungo quel tratto molto buio di strada. L’automobilista che lo ha travolto viaggiava a una velocità stimata dallo stesso perito «tra gli 80 e gli 85 chilometri orari», senza rispettare dunque il limite massimo di 50 chilometri orari che vigeva in quel tratto di strada. A tale andatura, il conducente dell’automobile non è stato quindi in grado di avvistare tempestivamente il pedone e tanto meno di arrestare in tempo la vettura. Sempre secondo il consulente tecnico, «se l’automobilista si fosse attenuto ai limiti massimi di velocità, probabilmente l’incidente non si sarebbe verificato». Per contro, se la vittima non avesse improvvisamente attraversato la carreggiata, tagliando di fatto la strada all’automobile che sta sopraggiungendo, l’incidente si sarebbe ugualmente potuto evitare. IL RISARCIMENTO. Nella sentenza, il giudice ha quindi riconosciuto un concorso di colpa a carico della vittima pari al 30 per cento, condannando quindi l’automobilista, in solido, con la compagnia assicuratrice «Direct Line», al risarcimento dell’ulteriore danno quantificato in 358mila euro. Sommato ai 500mila euro già ottenuti dai familiari assistiti da «Giesse» e considerando il concorso di colpa contestato, si tratta di un vero e proprio maxi risarcimento. «Nonostante l’evidente concorso di colpa, è stato riconosciuto il massimo risarcimento possibile, secondo i valori che la legge stabilisce», commenta soddisfatto Daniele Andreella, consulente della sede Giesse di San Giovanni Lupatoto. «È stata in particolar modo riconosciuta la delicata situazione di uno dei figli che, seppur ancora adolescente, con la morte del padre si era visto costretto a lasciare la scuola e trovare un lavoro per poter sopperire al mantenimento della famiglia». •

Alessandra Vaccari
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