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08.07.2018

L’appello di Anna: «Io e le mie figlie chiediamo aiuto»

Emilietto Mirandola, sindaco di Bovolone
Emilietto Mirandola, sindaco di Bovolone

Anna, nome di fantasia, ha 52 anni, due figlie minorenni e un mucchio di problemi. Non ha un compagno, né un lavoro e nemmeno una casa perché quella in cui vive a Bovolone la dovrà abbandonare a settembre, sfrattata per non essere riuscita a pagare tutti i mesi l’affitto. «Non è stata una vita facile la mia», dice, al passato, quasi a sperare che il domani le riservi più fortuna. «Da anni non me ne va dritta una. Prima col padre delle mie figlie: quando rimasi incinta», ricorda, «non abitavo nel Veronese. «Lui non era affidabile ma io non ho mai pensato, nemmeno un secondo, di abortire. Mi ha lasciato appena tornata dall’ospedale ma per il bene delle figlie ho cercato di mantenere i rapporti. Lavoravo la domenica e poiché non avevo nessuno che mi aiutasse lasciavo le bimbe a lui». CIÒ CHE ACCADEVA in quei giorni Anna lo scoprì dalle parole di una delle figlie che, a tre anni, le confidò quello che il padre faceva a lei e alla sorella. «Violenze sessuali», scandisce bene le parole, spiegando: «Andai dai carabinieri, non mi ascoltarono mai, nemmeno una volta». La rivincita la ebbe qualche anno dopo, quando quell’uomo finì in carcere per aver stuprato delle ragazze, questa volta appena maggiorenni. «Sparì dalla mia vita in tutti i sensi», racconta Anna, «gli venne tolta la patria potestà e non mi pagò mai il mantenimento delle due figlie» le quali, le conseguenze di quelle violenze, le portano addosso ancora oggi. «L’altra ragazza trovò la forza per raccontarmi di quelle domeniche solo alcuni anni dopo. Oggi hanno entrambe parecchie difficoltà a scuola. Ma hanno soprattutto problemi relazionali: le compagne di classe hanno più volte provato a coinvolgerle ma loro non riescono a creare rapporti sereni, di amicizia». Un’età difficile la loro, che per di più sono costrette a fare i conti ogni giorno con le conseguenze di un’infanzia di violenze. «Quando vivevamo lontano dal Veronese erano seguite da un’ équipe di psicologi», spiega Anna, «poi sei anni fa ci siamo trasferite a Bovolone, ho voluto seguire una relazione che poi è andata a finire male. Pure quella. Il Comune mi ha indirizzato dai suoi psicologi, anche la scuola che frequentano me ne ha indicata una: stanno facendo dei percorsi ma io non vedo alcun effetto positivo. Ho paura per il loro futuro, vorrei tutelarle, proteggerle ma temo che l’amore da solo non basti». Perché altri mezzi a sua disposizione Anna non ne ha. E fra un paio di mesi non avrà neppure una casa dove stare. «Mi hanno sfrattato», spiega, «perché non sono stata in grado di pagare ogni mese l’affitto. Il proprietario si è dimostrato sempre molto disponibile con me, ma capisco le sue ragioni. «Eppure io più di così non so cosa fare, sto cercando lavoro ovunque, da anni, ma senza un contratto a tempo indeterminato nessuno mi dà una casa. Eppure sono disposta a fare qualsiasi lavoro». L’ultimo impiego la costringeva ogni mattina a svegliarsi alle 4 per andare a fare le pulizie in una fabbrica: «Ma una volta scaduto il contratto, la cooperativa non me lo ha più rinnovato. Ho esperienza come assistente domiciliare, ho lavorato per anni in una casa di riposo ma qui in Veneto chiedono la certificazione che io non ho. Così mi ritrovo a fare lavori saltuari, non sufficienti per apparire affidabile agli occhi di un’agenzia immobiliare». IL SINDACO di Bovolone, Emilietto Mirandola, le ha consegnato una lettera. «Dice che si fa garante lui con le agenzie, affinché mi venga data una casa. Ma nemmeno la sua parola basta: non si fidano». Anna ha provato anche a chiedere una casa all’Ater, «ma da sei anni mi vedo superata in graduatoria da famiglie che hanno un disabile o un anziano in casa. Non metto in dubbio la loro situazione, ma andrebbe capita anche la mia: ricevo un assegno di sostegno di 320 euro al mese. Non posso andare tanto lontano». Parla tanto Anna e la sua voce squillante sembra fare a pugni con i dolori ai quali la vita l’ha condannata fino a ora. Ma lei non è una che si piange addosso, «voglio darmi da fare, l’ho sempre fatto e ora devo ancora di più rimboccarmi le maniche perché settembre è dietro l’angolo». Vorrebbe solo un impiego stabile per iniziare a rimettere a posto i mattoncini del puzzle della sua vita, ripartire, regalare un futuro sereno alle sue figlie. E allontanare dalla loro memoria quell’infanzia di dolore. •

Francesca Lorandi
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