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22.02.2018

Il museo civico sorto nel 1892? Sorpresa, mai stato un museo

Reperti esposti al Museo civico ospitato al Monte di Pietà
Reperti esposti al Museo civico ospitato al Monte di Pietà

C’era una volta uno dei musei più importanti della provincia... che però museo non è. A 126 anni dalla sua nascita, avvenuta nel lontano 1892 quando si cominciò a scavare a Baldaria per la deviazione del fiume Guà e si trovarono i primi reperti, si viene a sapere che il Museo civico archeologico di Cologna - così definito pure nel regolamento comunale - non è un istituto riconosciuto formalmente per la raccolta e la fruizione di manufatti storici e preistorici. Non è un museo insomma. È, piuttosto, un deposito di materiali, per quanto preziosi, che vanno dal 4000 avanti Cristo all’Alto Medioevo. La notizia, che ha del sorprendente, è stata resa nota nei giorni scorsi dall’assessore alla Cultura Francesca Avella. L’assessore, fin dal suo insediamento avvenuto nel giugno del 2016, sta cercando di dare maggior impulso all’attività museale. «Per effettuare qualsiasi tipo di lavoro di rinnovo e per portare avanti progetti culturali servono dei finanziamenti», osserva Avella. «Solo i veri musei possono accedere ai bandi: noi siamo tagliati fuori. Per istituire un museo a tutti gli effetti bisogna portare avanti una procedura con il ministero dei Beni culturali che a Cologna è stata iniziata ma mai portata a termine. Quello ospitato all’ex Monte di pietà potrebbe piuttosto essere definito un ibrido». Eppure, finora, è stato trattato alla stregua di un museo. Con oneri annessi. Tanto è vero che nel 2009 il consiglio comunale ha approvato un regolamento specifico nel quale venivano introdotte le figure del conservatore e del collaboratore museali, entrambi in possesso del diploma di laurea. Il conservatore museale è stato pagato dal 2013 al 2017 dal Comune 4.900 euro all’anno. Fino all’anno scorso il ruolo era ricoperto dall’archeologa Paola Salzani, oggi diventata funzionario della Soprintendenza, perciò non più compatibile con la mansione di conservatrice a Cologna. Su impulso dell’assessore alla Cultura, si sta costituendo un nuovo Comitato di gestione del museo, che ruota attorno alla persona che per oltre un trentennio è stata la guida e l’anima dell’ente: Beppino Dal Cero. «Abbiamo già promosso alcune riunioni e vorremmo che si formasse una squadra di giovani in grado di svecchiare l’istituzione, proponendo una mostra o un percorso archeologico originali». Intanto, Avella ha già chiesto un incontro con il soprintendente Gianni De Zuccato per definire meglio l’identità dell’istituto culturale colognese. Negli ultimi anni, purtroppo, il Museo civico di Cologna non si è fatto conoscere per molte iniziative coinvolgenti, fatta eccezione per un paio di incontri con docenti ed archeologi e per il concorso «Un logo per il Museo», che ha coinvolto le scuole. «Nonostante questo», riferisce l’assessore, «il numero delle scolaresche in visita è in continua crescita. Spesso il Museo è balzato agli onori delle cronache non tanto per i preziosi reperti che contiene, quanto piuttosto per le beghe che hanno opposto vecchi e nuovi componenti del Comitato di gestione, per un piccolo rogo avvenuto nel 2009, a causa di un condizionatore andato a fuoco, e per i lievi danni subiti durante il terremoto del 2012. Un rischio simile si è poi verificato l’anno scorso, durante i lavori per la pavimentazione di piazza Duomo. Fortunatamente i reperti si sono spostati ma non sono caduti. Non si sa se per lo scarso zelo dell’amministrazione comunale e del Comitato di gestione o per il maggiore peso politico di Verona. Sta però di fatto che il Museo di Cologna si è fatto sfuggire un reperto che per competenza territoriale e per impiego di denaro da parte della comunità dell’Adige Guà gli apparteneva di diritto: l’urna scavata nel 2010 a Desmontà. Conteneva i resti di una sposa, con un corredo funebre fra i più ricchi mai rinvenuti per una donna dell’Età del Bronzo: una collana di perle d’ambra e spirali di bronzo, sei fibule bronzee, una serie di catenelle che costituivano un pettorale e quattro elementi di materiali diversi legati alla filatura della lana. Questa bellissima urna è stata in mostra a Veronella e a Padova, e da quattro anni è in Soprintendenza. È molto probabile che finisca nel nuovo Museo archeologico di San Tomaso, a Verona. E tanti cari saluti ai discendenti della sposa di Desmontà, che non l’hanno mai reclamata nel loro Museo. • © RIPRODUZIONE RISERVATA

Paola Bosaro
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