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26.11.2017

Foto e molestie ai colleghi
Il pm chiede la condanna
dell’impiegato «paparazzo»

La casa di riposo «Cardo» dove si sono svolti i fatti
La casa di riposo «Cardo» dove si sono svolti i fatti

L’indagine avviata dalla Procura di Verona sull’impiegato «paparazzo» della casa di riposo di Cologna Veneta, accusato di aver fotografato e filmato per mesi i suoi colleghi d’ufficio ed altri dipendenti dell’Ipab, naturalmente a loro insaputa, è giunta ad un punto fermo. Il pm Elisabetta Labate, titolare dell’inchiesta scaturita dalle denunce per molestie, minacce ed atti persecutori, presentate tra la fine di febbraio e i primi di marzo di quest’anno ai carabinieri della stazione cittadina da 16 persone finite nel mirino del «fotografo seriale», ha concluso infatti l’esame degli atti del procedimento aperto a carico di P.M., 46 anni, residente in un centro dell’Adige Guà. Quindi, ritenendo fondate le accuse mosse all’istruttore amministrativo alla luce delle investigazioni e delle prove raccolte, ha chiesto al gip del Tribunale scaligero l’emissione di un decreto penale di condanna nei suoi confronti. Decreto che, una volta adottato e sempre che la difesa non faccia opposizione, si tradurrebbe in una pena detentiva di due mesi e 10 giorni convertita però in una multa di 5.250 euro, vale a dire 75 euro per ogni giorno da scontare. Il pm ritiene infatti che debba applicarsi la sola pena pecuniaria «in relazione al limitato allarme sociale e alla modesta offesa al bene giuridico tutelato». Le conclusioni a cui è giunto il sostituto procuratore Labate sono state trasmesse anche al direttore dell’istituto per anziani, che finora non ha applicato alcuna sanzione disciplinare al dipendente. Il quale, stando sempre al capo di imputazione, avrebbe immortalato ripetutamente con il telefonino colleghi o altre persone che prestavano servizio nella struttura, anche in locali aperti al pubblico, mentre svolgevano le mansioni a cui erano preposte. Ma non solo. Il 46enne, sempre secondo l’accusa, avrebbe manifestato atteggiamenti persecutori ed aggressivi nei confronti di sette dei soggetti coinvolti nella vicenda, ingenerando negli stessi un grave e perdurante stato di ansia e di timore per la propria incolumità. Al punto da costringere alcuni di questi a mettersi in malattia e a rivolgersi ad uno psicologo dopo aver accusato stati depressivi, che in qualche caso persistono anche a distanza di mesi da quando è scoppiato il «bubbone». Nel caso degli altri nove denuncianti, si sarebbe invece limitato, con condotte avulse dai suoi incarichi professionali, ad arrecare molestie e disturbo. Un’«ossessione» di cui, come è emerso dalle centinaia di scatti rinvenuti nel cellulare e nei computer sequestrati lo scorso 11 aprile all’impiegato, avrebbero fatto le spese svariate figure professionali legate alla «Cardo»: dagli operatori socio-sanitari al personale amministrativo, dall’educatrice ai coordinatori, senza risparmiare nemmeno la barista e uno dei medici di base del paese che segue anche gli anziani della struttura. Insomma un «monitoraggio» a 360 gradi, con riprese di per se innocenti e senza risvolti scabrosi. Le foto rinvenute nel telefono e negli strumenti informatici in uso a P.M. non conterrebbero infatti immagini osé e particolari osceni. Al punto che il comportamento del «paparazzo» continua a rimanere un mistero. A tradirlo potrebbe essere stato anche un irreprensibile senso del dovere, che l’avrebbe portato a documentare per mesi situazioni a suo avviso censurabili. La decisione passa ora al gip. STE.NI.

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