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20.12.2018

Assunzioni false, quattro arresti e 11 denunce

La caserma «Pizzighella» di Porto sede della  Guardia di Finanza
La caserma «Pizzighella» di Porto sede della Guardia di Finanza

Tutto ruotava attorno ad un vasto giro di assunzioni fittizie mirate a favorire la permanenza sul territorio italiano di cittadini extracomunitari. I quali, in cambio dei documenti necessari a regolarizzare la loro posizione, arrivavano a sborsare anche 400 euro in base ad un vero e proprio tariffario. Ma non solo. Il redditizio sistema, architettato da un marocchino di 29 anni, con la complicità di alcuni «caporali», sempre nordafricani, e di due consulenti del lavoro, prevedeva anche il reclutamento di braccianti e operai clandestini da fornire ad imprese agricole e zootecniche del Veronese e delle province limitrofe. Spesso sottopagati o addirittura senza ricevere alcun compenso per le loro prestazioni. A sgominare il sodalizio criminale, che aveva la propria base a Cologna Veneta, ci ha pensato la Compagnia della Guardia di Finanza di Legnago, che questa settimana ha aggiunto le ultime tessere ad un ingarbugliato puzzle investigativo. All’alba di ieri, sono scattate così quattro misure cautelari, disposte dal gip del Tribunale di Verona Raffaele Ferraro, a carico di altrettante persone considerate ai vertici dell’organizzazione, e 11 denunce nei confronti di soggetti, sia italiani che marocchini, che avrebbero agevolato le false assunzioni e l’impiego irregolare della manovalanza straniera. Con tanto di frode fiscale e concorrenza sleale nei confronti delle aziende che operano onestamente nel settore della fornitura di manodopera. Le ipotesi di reato sono quelle di associazione per delinquere finalizzata al favoreggiamento dell’immigrazione clandestina mediante produzione di documentazione fittizia, sfruttamento del lavoro e riciclaggio dei proventi illeciti conseguiti. L’INDAGINE. Le verifiche, che hanno impegnato per quasi due anni gli uomini del capitano Ewelina Anna Cagni Grabinska, coordinati dal pm Valeria Ardito della Procura della Repubblica di Verona, sono iniziate ancora nel gennaio del 2017. L’obiettivo iniziale era quello di appurare l’effettiva residenza e l’effettiva attività lavorativa di centinaia di extracomunitari della Bassa, che avevano presentato la documentazione - all’apparenza regolare - in Questura per ottenere il permesso di soggiorno. Ad insospettire le Fiamme gialle, di stanza alla caserma «Gaetano Pizzighella» di Porto di Legnago, è stata l’anomala attività di una ditta individuale di fornitura di manodopera con sede nella città del mandorlato, di cui era legale rappresentante il 29enne marocchino trasferitosi la scorsa estate a Visco, in provincia di Udine. In base ad una capillare analisi, risultava infatti che l’azienda in questione non solo aveva assunto oltre 300 persone nel triennio 2014-’16. Ma continuava a far figurare l’assunzione di cittadini extracomunitari, perlopiù magrebini, anche nel 2017, pur avendo cessato di operare. FALSE ASSUNZIONI. Lo sviluppo delle indagini ha consentito di smascherare, grazie anche alla collaborazione delle Questure di Veneto, Lombardia, Friuli ed Emilia Romagna, un sistema di false assunzioni finalizzate a regolarizzare la permanenza di immigrati in Italia dietro il pagamento di cospicue somme. Il sistema collaudato, da cui sono emerse complessivamente oltre 500 assunzioni fasulle, ruotava anche attorno ad altre due aziende del settore, sempre riconducibili al 29enne. Il quale si sarebbe servito di due studi di consulenza, rispettivamente della provincia di Vicenza e Padova, per produrre i documenti falsi - contratti di lavoro e buste paga - impiegati poi illecitamente per sbrigare le pratiche in Questura. IL SECONDO FILONE. Secondo quanto accertato dai finanzieri, le tre cooperative erano comunque operative e fornivano manodopera, con regolare fatturazione, ad imprenditori agricoli piuttosto che a titolari di allevamenti. Ingaggi che spaziavano dal Veneto, soprattutto le province di Verona e Vicenza, al Friuli. Ma che «puzzavano» di bruciato. Nel corso dell’indagine, condotta con l’ausilio di intercettazioni e controlli incrociati nelle banche dati, è infatti emerso che solo una minima parte degli stranieri assunti, all’incirca il 10 per cento, era di fatto utilizzato. Il grosso della manodopera veniva invece reclutato all’occorrenza da alcuni «caporali», connazionali del 29enne, tra clandestini che finivano per trasformarsi in lavoratori fantasma. I quali venivano sfruttati all’insaputa delle stesse imprese che li impiegavano. A guadagnarci erano invece le cooperative, che avrebbero così evaso il fisco ed omesso di versare i contributi ai fini previdenziali ed assistenziali per oltre un milione e 200mila euro. GLI ARRESTI. Il 29enne, ritenuto il perno dell’organizzazione, è finito ieri agli arresti domiciliari nella sua casa di Visco (Udine). Altre tre misure cautelari (obbligo di dimora nel Comune di residenza e presentazione quotidiana alla polizia giudiziaria), hanno colpito anche tre dei suoi collaboratori, che avevano l’incarico sia di sorvegliare gli stranieri assunti che di ingaggiare ulteriori clandestini in base alle necessità: un 43enne marocchino, residente a Cologna, e due suoi connazionali, rispettivamente di 41 e 35 anni, abitanti a Treviso. • © RIPRODUZIONE RISERVATA

Stefano Nicoli
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