Quei denti di squalo hanno 40 milioni di anni
RONCÀ. Ricca di sorprendenti scoperte la campagna di scavo sul monte Duello: fra le centinaia di reperti paleontologici spiccano numerosi fossili e un misterioso ossoÈ venuta alla luce anche una scapola: potrebbe appartenere al dugongo, che popolava la grande «laguna pietrificata»
Gli scavi paleontologici regalano un mistero: e se fosse di Prototherium la scapola ritrovata sul monte Duello? E' l'interrogativo più esaltante che si stanno ponendo i partecipanti allo scavo nel sito (in territorio di Montecchia) dove, un secolo e mezzo fa, venne ritrovato lo scheletro del dugongo marino. Solo lo studio che occuperà nei prossimi mesi gli addetti ai lavori della Soprintendenza di Verona, sarà in grado di risolvere il giallo.
«Ipotesi affascinante», riconosce Roberto Zorzin, conservatore della sezione Geologia e paleontologia del Museo di storia naturale di Verona e direttore dello scavo, richiesto dal Comune e autorizzato dal ministero per i Beni culturali, «ma servirà del tempo anche per leggere cosa siano altri pezzi che di primo acchito sembrano pure ossa. Stiamo sulle certezze», dice Zorzin, «e le certezze sono che sono stati comunque trovati pezzi molto rari. Sto parlando di due denti di squalo con ancora il loro smalto originale, datazione approssimativa 40 milioni di anni fa, e, tra i lamellibranchi, di più di qualche Cypraea. Non solo: martedì abbiamo rinvenuto un esemplare ben conservato e intero di Campanile defrenatum, di 40 centimetri e un altro più piccolo ed incompleto. Abbiamo anche recuperato una lastra contenente gasteropodi, bivalvi, coralli e un bel riccio di mare con gli aculei».
Completano l'elenco lamellibranchi come Laevicardium e Cyrena (simili a vongole), gasteropodi come Turritella, pregevoli esemplari di Cerithium (campanili), assieme a chele di granchio, nummuliti e a massi su cui sembrerebbero esserci altre ossa. «Interessante lo è di sicuro questo materiale», aggiunge Zorzin, «ma dovremo valutare se proseguire ancora lo scavo o rivolgere l'attenzione al secondo cantiere, quello che dopo la vendemmia aprirà in località Costo, zona Valle della Chiesa».
Il sindaco Roberto Turri, che fece richiesta al ministero per scavare, al cantiere s'è fatto vedere spesso: non è un addetto ai lavori, ma promuove positivamente l'esperienza fatta. Guarda ai reperti raccolti in questa settimana scavando nei due micro cantieri individuati nell'area: i fossili sono stati raccolti, ordinati e numerati e sono custoditi al museo di Roncà. Dovranno essere puliti anche se in via grossolana, classificati, restaurati e inventariati: ci vorranno mesi ma le centinaia di pezzi raccolti permetteranno di incrementare le conoscenze e le collezioni dell'esposizione di Roncà.
Sarà questo il momento in cui entreranno in scena i tecnici: oltre al citato Zorzin, i rilievi scientifici saranno eseguiti da un'equipe composta anche da Paolo Mietto (università di Padova), Carla Alberta Accorsi (Museo di paleobiologia e orto botanico dell'università di Modena e Reggio Emilia) e Michele Mattioli (università di Urbino). Il merito è, in primis, di chi ha dedicato il suo tempo a scavare con le mani, martelletti e picchetti, tra le rocce millenarie. In venti si sono alternati sul cantiere, per un giorno solo o tutta la settimana, costituendo ogni giorno squadre miste di neofiti e veterani dello scavo che, a sentire loro, sono state l'autentica formula del successo dell'esperienza.
Michele Sabaini, 35 anni, forse merita il premio dedizione: lavora in una fabbrica di succhi di frutta, s'è fatto mettere di notte sei notti di fila e smontando alle 6 alle 8.30 era già sul cantiere. «I miei ultimi 20 anni sono stati di scavo. Sono un fedelissimo della Pesciara di Bolca e dei Covoli di Velo e se penso che questa esperienza sta per finire
»: il seguito della frase sono due occhi lucidi. «L'emozione più grande? Il primo giorno, quando ho trovato un Cerithium a sette spire: e il giorno dopo un riccio».
Stefano Castellani, geologo, 24 anni, fresco di laurea, arriva da Montagnana ed è al primo scavo: «Esperienza fantastica per i compagni di squadra che ho avuto
ma anche per quel dente di squalo che mi è capitato tra le mani». Del gruppo ha fatto parte anche Patrizio Paperelli, «palombaro della terra», come si definisce. Agronomo nella vita, ha deciso che sapere tutto o quasi del sopra della terra non gli basta: «Avevo visitato il museo di Roncà, l'argomento mi interessava ed eccomi qua, contento e soddisfatto di questa esperienza splendida».
Promozione a pieni voti anche da Giovanni Todesco, il paleontologo dilettante che 30 anni fa scoprì Ciro, il baby dinosauro italiano: «Entusiasmante lo scavo, ma che fatica! Abbiamo trovato interessanti esemplari, ed io ho trovato una splendida equipe».
Paola Dalli Cani
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