Vuole vendere cuore e reni per salvare la sua fattoria
VALEGGIO. Disperato appello che è solo la punta dell'iceberg di un settore che sta vivendo serie difficoltà economicheAgricoltore travolto dalla crisi «È l'unico modo per lasciare qualcosa ai miei figli dopo 40 anni di onorato lavoro»
La voce è rotta dalla frustrazione quando dice di voler vendere reni e cuore, per pagare i suoi debiti. Poco importa se morirà, avrà almeno salvato i suoi due figli da una vita di umiliazioni e difficoltà economiche, «tanto ormai la mia è finita», spiega. T.Z. è un allevatore valeggiano di vacche da latte, oggi in pensione. Ha sessant'anni, due nipotini ed esperienza da vendere. Ma la sua attività si ferma qui, dopo 40 anni di onorata carriera. «Chiunque voglia i miei organi, sono pronto a venderli. Anche domani, all'estero, clandestinamente, non lo so. Con il denaro ricavato finirò di pagare i miei debiti e risparmierò alla famiglia ciò che ho subito in questi ultimi anni».
È più una provocazione. Ma la sua storia è quella di molti altri nelle medesime condizioni. Aziende agricole storiche, ereditate dai padri, si trovano nella morsa dei debiti difficili da onorare con i proventi di un'attività oggi tutt'altro che remunerativa.
«L'azienda era di mio padre, abbiamo iniziato come mezzadri, poi siamo divenuti fittavoli e piano piano proprietari. Gli alti e bassi ci sono sempre stati, ma abbiamo sempre rispettato le scadenze di pagamento. Non ho mai sforato con le quote latte e ho conosciuto stagioni davvero favorevoli, che mi hanno spinto a investire nel miglioramento dell'azienda. Ci credevo molto».
Poi il declino e una crisi che si percuote sul settore da cinque anni. Il latte, venduto per la lavorazione del grana padano, è pagato ai produttori pochi centesimi, a fronte del valore di una delle perle del Made in Italy. L'anello debole è proprio qui: gli allevatori non coprono le spese di produzione. «La nostra attività non è più remunerativa. Nel 1992 abbiamo venduto il latte a 1.100 lire al litro. Oggi ce lo pagano 30 centesimi. Significa che, con la nostra produzione, siamo passati da un miliardo e duecento milioni di vecchie lire a quattrocentomila euro. Non copriamo le spese, ma le normative Cee ci impongono continui adeguamenti e migliorie, per il benessere degli animali, l'igiene e la sicurezza in azienda. Sono interventi molto costosi, a fronte di entrate minime». Nulla è valsa l'annata 2009, quando il prezzo del latte, dopo una strenua battaglia, che ha coinvolto tutti i paesi europei produttori di latte, è giunto a 40,5 centesimi al litro. «Istituzioni, politici, associazioni di categoria e organizzazioni sindacali non si interessano a noi. Abbiamo sottoposto il problema persino all'ex ministro dell'agricoltura Luca Zaia, venuto, su nostra richiesta, a Valeggio. Sentiamo solo proclami». Zaia fece un confronto diretto con gli agricoltori salendo sui covoni.
Nel frattempo, la crisi finanziaria si è abbattuta anche sul settore agricolo. «Non riesco più a onorare i miei debiti. I fornitori sono stati molto comprensivi e pian piano riuscirò a pagare tutto, ma le banche stringono la morsa. Dopo anni di onorata carriera, senza mai mancare a un appuntamento di pagamento, ora per la prima volta sono in difficoltà, ma non mostrano la minima comprensione».
La soluzione è smantellare l'azienda, vanto della famiglia, che si è sviluppata in questi anni. T.Z. ha venduto tutti i 280 capi che aveva. Ora inizierà con macchinari e attrezzature. Resteranno solo i 30 ettari di campagna adibita a foraggio. «Noi mettiamo anima e corpo per lavorare, ma è un dissanguamento continuo», conclude. «Meglio la morte di questa umiliazione, nell'indifferenza totale».© RIPRODUZIONE RISERVATA
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